passa o’ tiempo e nun me pare o vero

Oggi, anzi tra qualche ora, saranno passati quattro anni.
Quattro anni da quando ti ho visto per l’ultima volta, lì al Policlinico. Steso su lettino di marmo. Volevo guardarti, ricordo, ma non avevo la forza. La forza di abbassare quello squallido lenzuolino, la forza di vedere di nuovo il tuo corpo, ora che non eri più tu. Perché non c’eri, te ne eri andato.
Anche se poi in realtà non c’eri già da più di venti giorni, intrappolato nel tuo corpo da un coma che ogni giorno faceva registrare sempre minore attività celebrale, attaccato ad ogni tipo di macchinario, in quel non luogo chiamato centralina, dove c’erano uomini nelle tue stesse condizioni e un poveretto anche cosciente… chissà poi che fine ha fatto.
Eri lì immobile o perso nei tuoi spasmi che non significavano niente, mi spiegavano i medici tuoi colleghi, bagnato da quelle lacrime che ogni tanto quando ti ero vicina bagnavano le tue guance, offese dalla bruciature da cerotto.
Lacrime davanti alle quali ci voleva tutta la mia ostinata razionalità, tutta la mia certezza sin dal primo momento della crisi "che la tua vita era finita quel giorno non ci sarebbe stato ritorno", per non pensare che stessi soffrendo. Cosa che scientificamente non potevi effettivamente fare, "ma il cuore avrebbe ragioni che la ragione non conosce".
Ma non il mio, evidentemente.
Perché ancora adesso quando ti sogno vivo ti chiedo: "Papà, per quanto tempo sei ritornato? Quando dovrai andare via?"
Poi comunque quella notte, in quell’enorme Policlinico tutto buio, circondato da alberi e lunghi viali fantasmatici, ti guardai, ti salutai, ti baciai. E lo feci anche il giorno dopo, quando eri steso in quella brutta bara di legno, avvolto in un sudario che avresti odiato, con le tue sigarette ("Briciulì, non ce la faccio sto stressatissimo, ho smesso di fumare." "Davvero da quanto tempo" "Mezz’ora" "…"), i tuoi libri, un film che amavi.
Sono passati quattro anni e tutto è diverso, tutto è come prima.
Se ci fossi stato in questi anni quante risate ci saremmo fatti; quante paure  ti avrei fatto prendere; quanto saresti stato orgoglioso di me (lì durante la tesi, poi su un palco strafighissima, a fare la matta in giro per Berlenga, delusa ma non piegata); quante volte ti avrei fatto disperare, eterna bambina senza responsabilità; quante lacrime avremmo pianto insieme; quante volte mi avresti guardato come se fossi l’unica donna sulla terra, tu che di donne ne sempre avute, anche troppe; quante volte saremmo stati tu ed io, cioè noi che poi, sbilenchi, assurdi, sopra le righe, era la cosa che ci riusciva meglio.
"Grupariè, che la tua forcella possa splendere per sempre"- SuperMog

Perché mi hanno dovuto togliere il tempo con te?
Perché non posso più vedere i tuoi occhi,
la cui luce le palpebre non riuscivano a celare?
Perché non posso più bere i tuoi sorrisi,
gustare la tua ironia,
piangere la tua immotivata cattiveria,
bearmi dei tuoi baci,
inseguirti e giocare a picchiarci,
offenderti per il gusto di farlo,
patire la tua assenza,
essere schiacciata dal tuo enorme amore
e dal mio per te?
Perché? Perché? Perché?
Odio la signora vestita di nero,
l’unica che poteva e ci ha separato.
Perché sei venuta, perché?
Ma ora rido, perché, anche se sembra non ha vinto,
perché il perché più importante, rimane comunque senza significato
e non è: perché non ci sei più?
è: perché ci sei stato?
 

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Informazioni su SuperEgoVsMe

Una rampante partenopea di belle speranze. Sono una bloggheressa esaltata ed esaltante (?!), anche se ondivaga più di uno tsunami, che ricordo per tranquillità e piacevolezza. Cultrice del buono e del bello e della pazzia, perché si sa, similes cum similibus congregantur, riferendomi all'ultimo lemma. Wannabe critico enogastronomico e, pertanto, cagapalle mostruosa a tavola. Sono l'incubo di ogni maitre che crede che il Cordon Bleu sia solo un prodotto Findus. Innamorata pazza di un uomo magnifico. Perennemente in lotta vs personalità borderline. Proprio ora che sono venuta a capo della mia. Suprematizzante, as u'll see. Volevo essere una blogstar, poi sono stata folgorata sulla via di Montecarlo da un certo Pocacola ed ho capito di dover essere una SuperFigaMegaGiga (trademark). Il prossimo passo che mi divide dalla conquista del mondo è diventare una twit-star. Seguimi e likami ovunque: mi troverai qui e lì nel magma del web. Sono riconoscibilissima: le mie cazzate hanno il marchio di fabbrica.
Questa voce è stata pubblicata in grupariello, versi senza rima. Contrassegna il permalink.

2 risposte a passa o’ tiempo e nun me pare o vero

  1. madibacisaziami ha detto:

    perchè E’ LA VITA che come amica prediletta ha scelto la signora vestita di nero.
    I più attenti saranno capaci di vederle passeggiare a braccetto in un qualunque giorno di un qualunque anno e fermarsi a giocare a dadi:chi vince resta,chi perde va.
    E’ la vita,non si può far latro che viverla fino in fondo.

  2. superegovsme ha detto:

    è vero… è proprio così. L’importante è averle incontrate e vissute certe persone. Per quanto tempo ciò ci sia concesso è una scelta del destino e del fato ed è perciò del tutto imponderabile.

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