Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra.

Nel prosieguo del mio approfondimento della letteratura anglosassone o per meglio dire britannica, approfondimento che nel mese di dicembre mi ha visto scevrare molto attentamente e non senza dolore "Alice nel paese delle meraviglie" e soprattutto "Al di là dello specchio e ciò che Alice vi trovò", sono approdata, grazie al salvatico (colui che [si] mi salva) ing., su Roal Dahl e questo suo piccolo librino composto da due brevi racconti.
Entrambi, il primo, quello che il nome al volume, e il secondo, "Lo scrittore automatico", sono degli essenziali racconti, basati sul gusto secco della parola.
Certo l’effetto è stato per me ancora più defraglante perchè ho ancora nelle orecchie la "succosità" di Carroll, il suo gusto dell’iperbolico paradosso, il suo continuo gioco di parole, tanto più complesso perché in sè ostico ma above all, legatissimo a conoscenze tipiche della lingua inglese e della cultura vittoriana.
Ma cionondimeno Dahl è secco, preciso, puntuale, stroncante.
Perché poi in gran parte della letteratura inglese moderna (e con questo voglio alludere al periodo che va dal 1700 ad oggi) io vedo un enorme fil rouge: quello della sferzante critica verso la società, verso i suoi stupidi artifizi basati sulla forma che alla fine sono buoni solo nel tentativo di oscurare il baratro della pochezza sostanziale.
E così al cupo pessimismo delle Bronte fa riscontro la sottile "perfidia" di Henry James  (che per formazione culturale può ben dirsi europeo ben più di quanto non sia percepibile come statunitense), fa da contrappunto l’ironia lieve e mai feroce dell’enorme Jane Austen (pronta sempre a stigmatizzare tutte le fatuità della società bene inglese, anche quell’incontrollato amore per il gotico), si affaccia l’umorismo spinto di Wodehouse (del quale ho già detto) e si incarna l’incredibile cultura e il notevole gusto per la vita ancor prima che squisitamente (e squisito, sul tal fronte, lo è) letterario di Evelyn Waugh che è nostro contemporaneo ma ha quel gusto del viaggio da viaggiatore del Grand Tour.
E qui vi dico che potrei citare anche Gerard Durrel se non fosse oggettivamente troppo dispari il livello letterario.
Comunque per me il senso della letteratura moderna inglese è tutto questo e due racconti di Dahl che ho da poco letto, in questo solco ben si incastrano. Seguendo anzi quel filo dell’ironia sardonica, della provocazione meramente intellettuale che poi sarà proseguita, a mio sommesso avviso, anche in parte della cinematografia britannica (si vedano Billy Elliot e Full Monthy).
Un’eredità in pieno recepita da quello che è uno degli scrittori viventi da me più amati: Jonathan Coe.
Una persona davvero notevole che, in occasione dell’uscita del suo penultimo romanzo, "La pioggia prima che cada", ebbi la fortuna di conoscere ed intervistare, rimandendo da lui ancor più stregata di quanto non lo fossi- tanto- dalle sue opere.
Ma torniamo a Dahl.
Le due storie hanno lo stesso identico sapore.
Pur trattando temi affatto omogenei.
Ma in entrambi campeggia la sotile stigmatizzazione verso l’attaccamento per ciò che non è vero ma solo reale, ma reale di una realtà così talmente deteriore da non esser più, in stretti termini, neanche considerabile quale tale.
Così i personaggi per necessità di spazio delineati, non sono comunque bidimensionali, perché i pochi tratti con i quali son resi sono così decisi e sferzanti che la dimensionalità l’acquistano proprio nella loro stessa pochezza nel loro enorme squallore morale.
E se nel primo racconto "Il libraio che…" alla fine chi troppo vuole nulla stringe, nonostante le numerose precauzioni, quasi a dar ragione a quel vecchio adagio, per il quale il diavolo fa sì le pentole ma sempre dimentica i coperchi, nel secondo lo scenario conclusivo è avvilente.
La morte della cultura è vicina, sembra dirci Roal Dahl (e il racconto è risalente alle fine delgi anni cinquanta, anni di vacche grasse per la cultura se paragonati ai giorni d’oggi) e la cosa è tanto più avvilente perché largamente percepibile ma soprattutto perché non v’è necessità di nessuno "Scrittore automatico" per effettuarla.
Basti vedere come, sempre, costantemente, sui pochi "eletti" prevalgono i mediocri, almeno dal punto di vista delle vendite, unica cosa che interessa a chi produce cultura (grande, enorme, aberrante) paradosso.
E così il mondo letterario e dei Dan Brown, dei Federico Moccia, non di chi dovrebbe essere.
Ma se queste sono le persone che accedono ai nostri cervelli, in qualche misura comunque suggestionandoli, c’è poi bisogno del Grande Fratello?
Ecco chi non lo ha ancora fatto, si prenda l’antispasmina e legga di corsa, 1984 di Orwell.
Altro grande, anzi immenso britannico.

Roal Dahl "Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra ", edizioni Tea tascabili, 5 euro (e già solo per questo un pensiero ce lo merita!) 

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Informazioni su SuperEgoVsMe

Una rampante partenopea di belle speranze. Sono una bloggheressa esaltata ed esaltante (?!), anche se ondivaga più di uno tsunami, che ricordo per tranquillità e piacevolezza. Cultrice del buono e del bello e della pazzia, perché si sa, similes cum similibus congregantur, riferendomi all'ultimo lemma. Wannabe critico enogastronomico e, pertanto, cagapalle mostruosa a tavola. Sono l'incubo di ogni maitre che crede che il Cordon Bleu sia solo un prodotto Findus. Innamorata pazza di un uomo magnifico. Perennemente in lotta vs personalità borderline. Proprio ora che sono venuta a capo della mia. Suprematizzante, as u'll see. Volevo essere una blogstar, poi sono stata folgorata sulla via di Montecarlo da un certo Pocacola ed ho capito di dover essere una SuperFigaMegaGiga (trademark). Il prossimo passo che mi divide dalla conquista del mondo è diventare una twit-star. Seguimi e likami ovunque: mi troverai qui e lì nel magma del web. Sono riconoscibilissima: le mie cazzate hanno il marchio di fabbrica.
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2 risposte a Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra.

  1. Patrixia ha detto:

    Oddio la cultura …. mi stende …. in tutti i sensi !

  2. Patrixia ha detto:

    Oddio la cultura …. mi stende …. in tutti i sensi !

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