Revolutionary Road.

Da un libro di Richard Yates, Sam Mendes ha creato un film che è prima di tutto un inno d’amore per la sua Kate Winslet.
Un film amaro, ansiogeno, crudo, aberrante perfino se vogliamo, sul quale ancora, a distanza di più di dodici ore, non so esprimere un giudizio netto.
Non saprei dire in stretti termini se mi sia piaciuto o meno.
Non so dire se in senso rigoroso sia un bel film.
Di sicuro è un gran film.
Un film affetto da titanismo, come direbbe una persona a me cara.
Affetto da titanismo perché titaniche sono le tensioni emotive dialogiche e strutturali dei personaggi, perché un po’ titanici sono i suoi tempi, quasi due ore che scorrono alternativamente, almeno così hanno fatto davanti ai miei occhi, tra la rapidità fulminea dei dialoghi spesso "stychotimiaci", e la voluta lentezza delle riflessioni visive sul paesaggio ed emotive sulla struttura dei personaggi.
Delle persone, per meglio dire.
In un film ricco di personaggi spiccano poche persone, intese in senso umanistico.
Lei, April Wheeler, donna forte, determinata e per questo incessantemente fragile ma rigorosa con se stessa ancor più che con gli altri; una Kate Winslet da far girar la testa, di una bellezza emotiva, ancor prima che fisica da lasciar senza fiato, un’attrice dalla lucidità spettacolare che regge le fila di una donna, April, appunto, francamente ingestibile, nella sua lineare contradditorietà.
Il folle, il solito folle che è l’unico savio, un eccellente Micheal Shannon che non può che vomitare tutto il suo disprezzo, il disprezzo di chi sa bene cosa sia la vita, lui che ha subito la peggiore delle offese.
L’uomo della finestra di fronte, quello che sa tutto di te e che nella sua ammissione di semplicità, nel suo riconoscere la propria semplicità, sa amare, sia chi non avrà mai sia chi ha scelto forse per pigrizia: un significativo David Harbour.
Tra i personaggi: un disprezzabile, disprezzabilissimo Frank Wheeler, interpretato da un notevole Leonardo Di Capri, che declina tutte le voci della piattezza dell’essere umano. In questo caso è un uomo ma ben potrebbe essere una donna. Il suo esser maschio, credo,  è solo funzionale all’ambientazione dell’epoca. Frank Wheeler non è che uno di quelli che King in "Cuori in Atlantide" descriveva come uomini bassi con impermeabili gialli. E della peggior foggia. Di quelli che odiano il fulgore altrui, lo vogliono spegnere, si credono sempre costantemente migliori, approfittano di tutto e tutti, alla fine anche di se stessi. Perché chi è può anche decidere di non essere ma il contrario, beh quello non è dato. Allora lui sarà il buon padre di famiglia, quello però che ha sputato sul volto di sua moglie tra la vita e la morte. "Se l’è procurato lei."
E poi la grande, grandissima Kathy Bates, in un ruolo francamente agghiacciante. Protagonista di una delle scene finali migliori di tutti tempi. Perché ecco gli implacabili si dividono forse in sole due categorie: quelli che uccidono, in molte, molte maniere, e quelli che si uccidono.
Beh poi ci sono quelli che si salvano, quelli che sanno che l’implacabilità non è di questa terra.
E così il film di Mendes è uno spaccato trasversale che travalica gli angusti limiti di una società che ormai apparentemente non avrebbe nulla a che a fare con la nostra. Diventa lo specchio delle miserie della società odierna che ancora di più ci vuole e ci rende omologhi. Descrive il delirio dell’amore, non amore, il delirio e basta.
Descrive le asperità delle codipendenze, le loro assurdità, la debolezza umana, la forza del male, che poi non è altro che il non amore.
Risponde pienamente a mio avviso alla traccia lasciata in "American Beauty", sebbene molti in sala l’abbiano percepito molto diverso.
Ma nonostante tutto ciò io di questo film non so bene cosa dire.
So solo che mi ha lasciato addosso una grande, grande inquietudine.
Grossa come quella macchia rossa che si allarga, forte come quella corsa a perdi fiato di Frank, quel Frank che non è mai stato e mai sarà, dolce come il dolore di chi sa amare "Non ne voglio parlare più." "Non è necessario."
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Una rampante partenopea di belle speranze. Sono una bloggheressa esaltata ed esaltante (?!), anche se ondivaga più di uno tsunami, che ricordo per tranquillità e piacevolezza. Cultrice del buono e del bello e della pazzia, perché si sa, similes cum similibus congregantur, riferendomi all'ultimo lemma. Wannabe critico enogastronomico e, pertanto, cagapalle mostruosa a tavola. Sono l'incubo di ogni maitre che crede che il Cordon Bleu sia solo un prodotto Findus. Innamorata pazza di un uomo magnifico. Perennemente in lotta vs personalità borderline. Proprio ora che sono venuta a capo della mia. Suprematizzante, as u'll see. Volevo essere una blogstar, poi sono stata folgorata sulla via di Montecarlo da un certo Pocacola ed ho capito di dover essere una SuperFigaMegaGiga (trademark). Il prossimo passo che mi divide dalla conquista del mondo è diventare una twit-star. Seguimi e likami ovunque: mi troverai qui e lì nel magma del web. Sono riconoscibilissima: le mie cazzate hanno il marchio di fabbrica.
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Una risposta a Revolutionary Road.

  1. anonimo ha detto:

    Volo al cinema…
    Ottima recensione, as usually

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