La caccia.

Lodi, lodi, lodi e squisitezze all’avvocato Bisou che ieri mi ha portata a teatro.
Certo è stato molto disagevole arrivarci ma si sa: l’amore per l’arte porta grande fatica, nel corpo e nella mente. E così dopo un estenuante percorso siamo giunti, in compagnia del di lui apprezzabilissimo cugino (Dio mi liberi dai parenti di Bisou, ma tutti, tutti, tutti!!!!) e dell’ancor più encomiabile fidanzata di quest’ultimo, al Teatro Diana per assistere alla messa in scena de "La Caccia" una smisurata opera di Luigi Lo Cascio, da una sua stessa idea e con sua la regia.
Lo Cascio al cubo, come lui stesso potrebbe dire.
Ed è infatti il grande attore (famoso al pubblico per la sua interpretazione di Peppino Impastato de "I cento passi" che gli valse nel 2001 il David di Donatello e per il ruolo ricoperto ne "La meglio gioventù" di Giordana) il colosso assoluto di quest’opera originalissima; una rilettura sui generis, psiconalitica, postmoderna e ipertestuale de "Le Baccanti" di Euripide.
Lo Cascio prende della tragedia euripidea l’aspetto più drammatico e teso: quello dell’impari lotta tra l’uomo, il tiranno Penteo nel caso di specie, e la divinità. L’incarnazione di quel vizio, il più deteriore nell’uomo e sempre immancabilmente punito dalla divinità, la ubrys, che non può che essere espiato in una maniera abnorme per chi se ne macchia ma anche per la comunità circostante.
Questo, indubbiamente, il tema precipuo, illustrato con chiarezza dall’apparire della parola chiave "ubrys" nell’introduzione della messa in scena, al quale però fanno da corollario numerose suggestioni intellettuali e visive: l’uguaglianza di tutti i tiranni, deliranti, estremi, estremizzati; la convulsa paura che il debole che si è sempre ritenuto forte prova verso l’incognito, lo sconosciuto, lo straniero; l’attaccamento morboso alle regole da parte di chi si considera e agisce da legibus solutus ; la deriva dionisiaca (ma proprio nel senso che Penteo temeva, quello avulso da ogni trascendenza divina, quello che realmente è indice di dissolutezza) della moderna comunicazione pubblicitaria, rappresentata da i tre geniali spot innestati nel corso della narrazione della vicenda.
Perché "La caccia" è questo: un viaggio, anche lievemente ansiogeno, nella psiche di Penteo, tiranno già deviato nel suo io, perché rifiuta il dio Dioniso ancor prima di vederlo, in un sogno iperonirico e platoniano nel quale intuisce che il vero sia oltresensoriale ma lo rifiuta, lo espelle da sè, incamminandosi deciso, in una specie di libero arbitrio ante litteram che peraltro non era lontano dalla mentalità antica se teniamo a mente il latino "faber est suae quisque fortunae"- verso la propria follia.
Un viaggio giocato nel magistrale dominio del monologo di Penteo da parte di Lo Cascio che dimostra di aver una sensibilità profonda e un controllo dei fiati pressoché perfetto (le sue grida dionisiache sono agghiaccianti, così come il suo ballo sgangherato e rotto, da marionetta avulsa da qualsiasi comando), negli interventi del giovane Pietro Rosa, bambino computerizzato le cui immagini proiettate fungono da "spiega" a ciò a cui si assiste, nei disegni realizzati da Nicola Console (che a me hanno ricordato in taluni frangenti la disperazione degli animali morti a Guernica), nelle proiezioni di Alice Mangano e nella intrigante scelta dei suoni di Desideria Rayner.
Un critico, leggo, afferma che Dioniso non è mai presente in scena.
Strano.
Io credo proprio il contrario.
La permea, attraverso l’impadronirsi di ogni singolo personaggio in scena ma anche quelli semplicemente nominati, above all in Agave, la madre di Penteo, quel Super Ego da cui il Tiranno non sa liberarsi e davanti al quale collassa e perde.
Ma non è Agave né Dioniso, è lui stesso a perdere, per ubrys, per falsa percezione di sè.
Tanto è evidente ma se ancor così non fosse è confermato dall’epilogo del tremendo critico bambino che vuol svelare i misteri, quelli che possono solo esser "sentiti": epilogo degno di Hitchcock.
Tutto questo sulla scorta di una lettura kafkiana, particolarmente cara a Lo Cascio che precedentemente ha messo in scena " Nella Tana", per l’appunto tratto da un racconto del grande ungherese.
"La caccia" per quanto detto- ma ancora altro potrei dire (particolarmente ficcante ai miei occhi sono stati i discorsi alla folla di Penteo, troppo troppo simili a discorsi al balcone che non sono affatto mero retaggio di cinquant’anni fa)- è uno spettacolo multisensoriale, plurivisivo, multidialettico, davvero da osservare.
Certo molto sofisticato, certo estramente innovativo e concepito sulla scorta di suggestioni culturali che all’osservatore devono essere presenti (anche se affatto necessaria credo sia la lettura di Quell’Euripide, ma senza aver letto Dell’Euripide non si va molto avanti nella comprensione), ma decisamente da vedere.
Al Teatro Diana di Napoli (via Luca Giordano 64) sarà in scena fino al 9 febbraio 2009.
Io lo consiglio davvero.
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Una rampante partenopea di belle speranze. Sono una bloggheressa esaltata ed esaltante (?!), anche se ondivaga più di uno tsunami, che ricordo per tranquillità e piacevolezza. Cultrice del buono e del bello e della pazzia, perché si sa, similes cum similibus congregantur, riferendomi all'ultimo lemma. Wannabe critico enogastronomico e, pertanto, cagapalle mostruosa a tavola. Sono l'incubo di ogni maitre che crede che il Cordon Bleu sia solo un prodotto Findus. Innamorata pazza di un uomo magnifico. Perennemente in lotta vs personalità borderline. Proprio ora che sono venuta a capo della mia. Suprematizzante, as u'll see. Volevo essere una blogstar, poi sono stata folgorata sulla via di Montecarlo da un certo Pocacola ed ho capito di dover essere una SuperFigaMegaGiga (trademark). Il prossimo passo che mi divide dalla conquista del mondo è diventare una twit-star. Seguimi e likami ovunque: mi troverai qui e lì nel magma del web. Sono riconoscibilissima: le mie cazzate hanno il marchio di fabbrica.
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