Fosse davvero l’ultima parola…

Il mio latente masochismo si manifesta in mille subdoli modi (fare domande di cui conosco già le spiacevoli risposte, impegolarmi in situazioni insostenibili, dire "sì mi fa piacere!" pensando "ora voglio solo morire", leggere i libri di Dan Brown…) e in tutti i luoghi e in tutti i laghi.
Ho un forte sentore che sia stato proprio questa mia malcelata perversione dell'anima a spingermi a guardare ieri sera "L'ultima parola", il brillante talk show di approfondimento politico del giornalista (il corsivo è d'obbligo) Gianluigi Paragone.
Nell'aperta e lungimirante mente dei vertici RAI – dei quali, peraltro, quantomeno in passato Paragone stesso ha fatto parte (è stato vicedirettore di Rai1 e successivamente di Rai2, ignoro se abbia tali o altre cariche tutt'ora) – "L'ultima parola" avrebbe dovuto riequilibrare lo scompenso creato dalla presenza di Santoro nel palinsesto di Rai2.
Ed in effetti bisogna dire che lo riequilibra abbastanza.
"L'ultima parola", infatti, ridefinisce il concetto di faziosità ed in un modo subdolo e strisciante.
Tutto l'impianto è un meccanismo che funziona a regola d'arte (credo di poter corroborare le mie affermazioni, oltre che con la visione di metà puntata ieri sera – c'è un limite alla bile che il mio organismo può produrre e dopo le 23 poi, la trasmettessero di mattina sta roba forse pure ce la farei… -, anche con l'attenta analisi di taluni spezzoni sul tubo e passati in blob): si tratta mediamente di un argomento, il buon Paragone da perfetto ospite è neutrale, appena allusivo ma molto moderato; gli inviti sono fatti a regola d'arte, addirittura, forse invitando personaggi di maggior spicco nella parte come dire lievemente avversata; si dà la parola a tutti e molto liberamente.
Tutto a regola d'arte, direte voi.
Certo, apparentemente.
E per una lunga e stimoltante  – e rivoltante – serie di motivi.

  1. Il caro Paragone, la cui carriera è in effetti fulminante (nato nel 1971 è passato per la direzione de "La Padania", la vicedirezione e la direzione ad interim di "Libero", fino alle importi cariche in Rai sopra ricordate), infatti, sorridente come un gatto sornione, appare essere l'emblema stesso dell'equidistanza: non esprime mai pareri troppo eccentrici da quelli appena espressi dall'ultimo interlocutore, non parla in proprio del tema della serata, eppure, quando qualcuno nomina qualche argomento sgradito diventa isterico come una donna in sindrome premestruale, una grave sindrome, aggiungerei. Ad esempio ieri si trattava di un argomento nuovo (…) l'affaire Fini. Io ho resistito solo per la prima parte, quella in cui si sviscerava la trita e trista problematica dell'appartamento di Montecarlo. Ad un certo punto un ospite, credo fosse Peter Gomez, ha rimproverato a Feltri la circostanza che, pur nell'assoluta liceità della sua inchiesta su Fini, il direttore avesse del tutto dimenticato di ingadare sul altri scandali, come, ad esempio, quello  concernente Schifani. A questo punto al nostro Paragone dev'essere partito un embolo. Ha iniziato a starnazzare, impedendo a Gomez e a quant'altri, di dire null'altro: la sua tesi a suffraggio del perché non si potesse parlare di Schifani era l'assenza dello stesso. Evidentemente Fini deve essere tanto smagrito per le ultime fatiche al punto di essere diventato trasparente, perché in quello studio di lui non c'era traccia. E questo, in generale, accade quando si affacci alla discussione qualsiasi argomento non sia stato attentamente vagliato per la controcompensazione dei servizi, il che ci porta al punto 2.
  2. I servizi, ah che meraviglia. Tutto quello che Paragone tace sul proprio pensiero lo esprimono i meravigliosi servizi (potremmo forse chiamarli servizietti?) montati ad arte dai suoi collaboratori. Perché anche qui, a ben vedere, non è proprio che la faziosità sia evidente. Sia ben chiaro è molto smaccata, quasi macchiettistica, però non è proprio esplicita esplicita. I giornalisti sono sempre misurati, non è colpa loro se l'intervistato lascia intendere, se le inquadrature sono un po' maliziosette. Tutto nella norma… per farvi capire cosa s'intende per "nella norma" vi dico che per parlare debitamente della casa di Montecarlo, in maniera impeccabilmente giornalistica, oserei direi, si è ritenuto necessario intervistare il nipote della contessa che aveva lasciato in eredità il famigerato appartamento a Fini, nella sua qualità di Presidente di AN. Come se ciò non bastasse, oltre a chiedergli delle sue personali impressioni sul punto – imprescindibili, evidentemente- ci si è spinti oltre l'orlo della decenza chiedendogli quali, secondo lui, avrebbero potuto essere le impressioni della defunta signora se avesse saputo quello che è poi conseguito a questo lascito. Un servizio, si potrebbe dire, alla cazzo di cane. Il che ci riporta al punto 3.
  3. Aka l'ospite a cazzo di cane, anche detto il disturbatore. Per questa prima puntata si è voluti andare sul sicuro, convocando Vittorio Sgarbi, il quale è l'emblema del disturbatore, quanto dell'ospite a cazzo di cane. Non credo che sia necessario spiegare perché sia un disturbatore (ieri era calmo, però, si è solo limitato a vituperare Filippo Rossi, direttore di "Fare Futuro web-magazine", dicendogli, se non erro, che non sapeva un cazzo – così, in generale, senza neanche specificare neanche in relazione a cosa -e che fosse meno di una nullità). Più interessante è vedere perché è anche l'emblema dell'ospite a cazzo. Rispetto a ieri sera, la questione è semplice: la sua unica inerenza nel triangolo Fini-Tulliani-Montecarlo è un'intervista rilasciata ad agosto, nella quale spiegava i suoi trascorsi amoroso-sessuali con la Tulliani e, in forza di quelli, ne tratteggiava il carattere. E, permettemi, visto che si vanta di aver avuto un fantastilione di donne, la sua conoscenza della Tulliani per forza di cose mica può essere tanto approfondita. Ma, più in generale, Sgarbi è l'ospite a cazzo di cane perfetto per ogni stagione: te lo trovi dalla D'Urso a commentare di tutto, a litigare a "La Pupa e il secchione" con la Mussolini, a parlare d'arte ove sia possibile (materia dove le sue competenze sono finalmente comprovate e probabilmente anche autorevoli), ad urlazzare le sue opinioni in qualsiasi maledetto salotto televisivo. Perché Sgarbi, attualmente sindaco di Salemi (dopo aver cambiato più casacchine politiche di un qualunque Mastella), ha un'opinione su tutto, sempre. Secondo me, potrebbe pontificare anche sugli smalti della limited edition Khaki della Chanel. E, particolare, non sottovalutabile, sarebbe capace di saltare alla gola di chiunque per affermarla, la sua opinione, il tutto non senza una cornice di urla ed insulti irripetibili.

A questo punto mi fermo qui, qualcos'altro si potrebbe dire, ma direi che il concetto sia chiaro.
C'è solo una grande, forse enorme consolazione in tutto questo: puntualmente battuto da "Matrix" e da "TV7", il buon Paragone arriva nei giorni buoni al 10,50% dello share.
Ieri sera ha totalizzato poco meno che 900.000 spettatori.

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Informazioni su SuperEgoVsMe

Una rampante partenopea di belle speranze. Sono una bloggheressa esaltata ed esaltante (?!), anche se ondivaga più di uno tsunami, che ricordo per tranquillità e piacevolezza. Cultrice del buono e del bello e della pazzia, perché si sa, similes cum similibus congregantur, riferendomi all'ultimo lemma. Wannabe critico enogastronomico e, pertanto, cagapalle mostruosa a tavola. Sono l'incubo di ogni maitre che crede che il Cordon Bleu sia solo un prodotto Findus. Innamorata pazza di un uomo magnifico. Perennemente in lotta vs personalità borderline. Proprio ora che sono venuta a capo della mia. Suprematizzante, as u'll see. Volevo essere una blogstar, poi sono stata folgorata sulla via di Montecarlo da un certo Pocacola ed ho capito di dover essere una SuperFigaMegaGiga (trademark). Il prossimo passo che mi divide dalla conquista del mondo è diventare una twit-star. Seguimi e likami ovunque: mi troverai qui e lì nel magma del web. Sono riconoscibilissima: le mie cazzate hanno il marchio di fabbrica.
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