Tu recension is megl ch one!

Anche perché il tempo stringe, l'acqua è poca e la papera non galleggia, non lavoro per un uomo ma per un Muflone schiavista e, in ogni caso: sono una donna non sono una santa.
Per chi si chiedesse cosa c'entri l'ultima osservazione, beh ovvio: nulla!
Credevo che dopo quasi due anni foste riusciti ad impararlo !
Comunque facciamo le personcine a modo, Ego, si tu plait.
Ultimamente ho letto due libri, chi sbircia la mia libreria su anobii se ne sarà forse avveduto.
Due libri diversissimi in tutto: per stile letterario, per modulo narrativo, per epoca e storie affrontate. Eppure, due libri in un certo senso prossimi per quello che riguarda la capacità di infliggere colpi alla sensibilità del lettore, o, almeno, alla mia (che come sappiamo poco ci vuole, in effetti!).

Il primo libro che ho letto è il mio secondo Grossman, "A un cerbiatto somiglia il mio amore".

uri

Di Grossman e del mio istintivo amore per lui ho già parlato su queste nobili paginette web.
In quel post parlavo di "Qualcuno con cui correre", un libro che aveva saputo avvincermi particolarmente e senza bisogno di tanto tempo.
Con "A un cerbiatto…" il rapporto è stato un po' più ostico. 
Mi è ugualmente piaciuto moltissimo, anzi forse perfino di più, ma, sicuramente, è un libro estremamente più complesso, estremamente più doloroso, e, pertanto, estremamente più vero.
Purtroppo temo di non essermelo goduto a fondo: in questo periodo sto lavorando molto e così ho avuto poco tempo, tra una cosa e l'altra, da dedicare alle sue quasi 800 pagine che però non devono spaventare né, tanto meno, dissuadere: come sempre e, nonostante tutto, Grossman è grandemente accogliente.
Ecco ora ho avuto un'illuminazione: quello che più mi colpisce dell'immenso senso della parola di Grossman è la sua sensibilità quasi femminile e nulla, per me, dovrebbe essere perspicuo della femminilità come l'accoglienza.
I temi e le tematiche affrontate in questo volume sono tante e tante e così dolorose, delicate, in alcuni tratti quasi sublimi, che non mi sento  – e forse non sono in grado – di investigarle qui.
So solo che tutti, tutti i personaggi (oddio forse ad eccezione di uno) sono disegnati in quadricromia e in tre dimensioni; che le loro sensazioni, le loro idee, le loro impressioni diventano col passare delle pagine, le tue.
Inutile negare che moltissima della forza emotiva del romanzo nasca anche dalla considerazione che l'autore l'abbia completato – si legge, infatti, nella postfazione scritta a pugno dallo stesso David Grossman che l'impianto del libro fosse già ben definito in precedenza e che addirittura una buona parte fosse già stata materialmente scritta – dopo la morte del suo secondogenito Uri durante la guerra il Libano del 2006.
Superfluo dire che sapere che quel bel profilo irregolare, quel pomo d'Adamo pieno di vita, quegli occhi già un po'malinconici il cui guardo non incontra mai il nostro, pur trovandosi in copertina, siano dello stesso sfortunato ragazzo, non può che fare anche più male.

il senso del doloreIl secondo libro da me letto in queste ultime settimane è "Il senso del dolore – L'inverno del commissario Ricciardi" del napoletanissimo Maurizio De Giovanni.
Primo romanzo di una breve serie di quattro opere dedicate alle stagioni, "Il senso del dolore" – edito per una bellissima edizione a cura della Fandango Libri – è un piccolo volume concentrato, interessantissimo sotto molteplici aspetti.
Intanto è ambientato in una Napoli fascista, ambientazione che per me, napoletana DOC, anzi DOCG (fai vedere che abbondiamo!) fa ad hoc*- ecco è per questi calembour che io meriterei la morte, una morte atroce, sia detto -, non può che essere stimolantissima.
In sé e per sé, il volume dovrebbe essere un giallo.
Ma se ancora lo vogliamo fare rimanere in questo ambito, di certo lo dobbiamo intendere paragonabile a quei gialli di sensazione e costume di Camilleri o, meglio ancora, a quelli di Carlo Lucarelli (con il quale condivide il periodo storico).
Anche in tal accezione, però, "Il senso del dolore" ha una forza tutta peculiare, che deriva, intanto e almeno IMHO (è chiaro: devo dirlo almeno una volta a post IMH, è più forte di me, per chi non lo sapesse significa a mia sommesso avviso), dalla potenza lirica dello stile scrittorio di De Giovanni: nitido, scarno ma intensissimo, De Giovanni è una spanna sopra gli autori summenzionati (e non è che parliamo di Pippo e Pluto, tutto sommato).
Né è da trascurarsi la sensibilità parasensoriale di cui è dotato l'apparentemente algido commissario Ricciardi: una cosa del genere non poteva che fascinare una pollastrella come me!
Un plauso particolare va, inoltre, a Gianluigi Toccafondo e allo Studio Grafico Jellici, rispettivamente per i disegni e la realizzazione grafica della copertina.
Vorrei però chiudere, citando almeno una frase che mi ha colpito di questo incantevole breve romanzo:
"La dannazione. Credetemi, padre, se vi dico che la dannazione per voi è solo una parola. Credetemi se vi dico che la dannazione è la percezione quotidiana del dolore. Il dolore degli altri che diventa tuo, che ti brucia sulla pelle come una frustata, che ti lascia una ferita che non guarisce, che continua a sanguinare, che ti infetta il sangue."

Questo periodo qui io l'ho letto circa tre volte, e anche adesso riscrivendolo ho un po' pianto, perché è così, è dannatamente così, è fortunatamente così.
E per me, questo tipo di dannazione porta, certamente, alla salvazione.
Sperando solo che esista.

*Perché non ne so niente, non perché ami il Fascismo, resti chiaro.
 

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Informazioni su SuperEgoVsMe

Una rampante partenopea di belle speranze. Sono una bloggheressa esaltata ed esaltante (?!), anche se ondivaga più di uno tsunami, che ricordo per tranquillità e piacevolezza. Cultrice del buono e del bello e della pazzia, perché si sa, similes cum similibus congregantur, riferendomi all'ultimo lemma. Wannabe critico enogastronomico e, pertanto, cagapalle mostruosa a tavola. Sono l'incubo di ogni maitre che crede che il Cordon Bleu sia solo un prodotto Findus. Innamorata pazza di un uomo magnifico. Perennemente in lotta vs personalità borderline. Proprio ora che sono venuta a capo della mia. Suprematizzante, as u'll see. Volevo essere una blogstar, poi sono stata folgorata sulla via di Montecarlo da un certo Pocacola ed ho capito di dover essere una SuperFigaMegaGiga (trademark). Il prossimo passo che mi divide dalla conquista del mondo è diventare una twit-star. Seguimi e likami ovunque: mi troverai qui e lì nel magma del web. Sono riconoscibilissima: le mie cazzate hanno il marchio di fabbrica.
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2 risposte a Tu recension is megl ch one!

  1. pierthebear ha detto:

    wow… sei bravissima nel descrivere (tutto quello che vuoi)..ogno tuo post è come un "carnevale delle parole" (è un complimento!) perche ci vedo dentro di tutto…colore e calore,intensità,piacere e sempre  tanta voglia di scrivere 😉 un abbraccio sincero…Pier

  2. superegovsme ha detto:

    Lo credo bene che è un complimento Pier!!!
    Hai detto una cosa meravigliosa… mi commuovi sempre e questa sallo mi rivenderò!

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