8 marzo 2013 – Greta Gonnella 2, la vengeance!

Se è tornata, è tornata!

Mica è incostante, del resto mica si chiama Daniela Barbara Teresa Persico (aggiungerei vien dal mare, tanto siam corti).

Note to me: allungare gli articoli con nomi personali e titoli nobiliari.

Allora torniamo alla Gonnella Greta.

Donna libera.

La festa della donna o è tutto l’anno (o è Natale tutti i giorni, o non è Natale mai) o non esiste.

 

Io ho ancora molto materiale, preparatevi mentalmente.

 

Racconto originale senza editing di Greta Gonnella.

 

Avevamo ripreso il lavoro, era alienante, estenuante, sottopagato. Il rumore metallico delle macchine riempiva la testa, stordiva.

Ma ormai ci avevamo fatto l’abitudine, e poi dopo quei giorni di sciopero qualcosa sarebbe cambiato.

Mr Johnson ci aveva promesso ciò che volevamo: assistenza sanitaria, meno ore, paga migliore.

Noi donne non siamo considerate all’altezza degli uomini, non abbiamo gli stessi diritti.

Ci credono più deboli.. sfruttabili.. manodopera a basso costo.

Ma finalmente le cose stavano per cambiare, avevamo fatto sentire la nostra voce e finalmente ci avevano ascoltate.

Ormai la primavera è alle porte e anche nell’ambiente chiuso della fabbrica Cotton di New York il profumo della speranza si diffonde in noi, dipingendo di colori vivaci il grigio di questa grande stanza.

Possiamo guardare avanti, a un futuro.

 

Ero al telaio, mi muovevo con gesti ritmici e ripetitivi,  particolarmente faticosi, nonostante lavorassi con l’energia della vittoria e non con la rassegnazione di sempre.

Alzai lo sguardo e vidi che anche le altre si guardavano intorno perplesse, qualcuna aveva addirittura lasciato la postazione per andare a controllare.. cosa?

Cosa c’era di diverso?

A quel punto me ne accorsi: fumo.

Presa dai miei pensieri e dal lavoro non mi ero accorta che l’aria nella stanza si era fatta sempre più pesante, più soffocante.

– AL FUOCO AL FUOCO! –

Urla sgraziate rimbombavano nelle orecchie, in pochi secondi il panico e le fiamme iniziarono ad alzarsi violente e voraci.

Il fumo divenne una presenza palpabile: non si respirava più.

Era l’inferno.

Corremmo affannate alle uscite.

Le più coraggiose avevano provato a domare le fiamme ma avevano presto rinunciato, ormai quel posto era morto. 

Ci ammucchiammo alle porte, eravamo schiacciate l’una all’altra.

Si sentivano solo grida.

Quelle dietro spingevano nel panico, quelle più avanti urlavano.

Ma non erano urla di paura: erano urla di rabbia, di disperazione.

Non riuscii a capire subito cosa stava succedendo, perché eravamo ferme?

Perché non uscivamo?

Lentamente realizzai qual era la situazione.

Non potevo accettarla.

Mi feci avanti a furia di spinte e gomitate.

Era come tentare di liberarsi da una camicia di forza, non c’era spazio, era estenuante e quasi svenni per lo sforzo.

Arrivata davanti all’uscita non potei più negare a me stessa la realtà: ci avevano condannate a morte.

Le porte erano chiuse dall’esterno, eravamo topi in gabbia e quel futuro in cui speravamo fino a pochi attimi prima si incenerì.

La consapevolezza di cosa sarebbe successo mi investì con più violenza di un treno.

Mi cedettero le ginocchia, ma non caddi.

Era impossibile cadere.

Feci appello alle mie ultime forze per uscire da quella folla.

Alla fine venni spinta via come se fossi stata masticata e sputata da un fottuto gigante.

Mi sedetti a terra, la schiena appoggiata alla gamba di un tavolo.

Osservai per l’ultima volta le mie compagne, avevo condiviso molto con loro, chi avrebbe detto che avrei condiviso anche la morte?

Quel pensiero mi fece sorridere tristemente, lo trovavo ironico all’interno della tragedia.

Ormai tutto era in preda alle fiamme: tutto il metallo brillava incandescente e il legno urlava anch’esso a modo suo, con un crepitio sempre più forte.

I polmoni furono i primi a bruciare, poi anche il calore sulla pelle divenne sempre più intenso, ma non sentivo dolore.

 

Il buio inghiottì la stanza e io non vidi più niente.

Lentamente, iniziai a non sentire neanche più i suoni.

 

Tutta la pesantezza provata fino a quel momento svanì e mi sentii finalmente leggera.

Mi guardai intorno.

Era buio; qualche raggio di luce entrava dalle persiane chiuse.

Notte, mio marito dormiva intorno a me.

Ero sudata, affannata e stavo piangendo.

Avevo bisogno di conforto così gli scossi la spalla per svegliarlo.

– Che c’è? – Biascicò infastidito e con la voce rauca impastata di sonno.

 

Gli raccontai il mio sogno, dovevo sfogarmi, liberarmi di tutta la tensione e l’angoscia, quell’incubo mi aveva lasciato una sensazione ancora percepibile sulla pelle.

– Sei troppo suggestionabile, è solo una stupida leggenda per giustificare la festa della donna. –

Le sue parole mi colpirono come uno schiaffo, era stato troppo severo.

– Stupida leggenda?? So bene anch’io che l’8 marzo del 1908 non ci fu nessun incendio ma non la definirei una “Stupida leggenda” –

Ero indignata.

– Hai la più pallida idea di quanta verità ci sia in quella storia? Di quanto sia attuale? –

Sgranò gli occhi, non si aspettava una reazione del genere, ma ormai ero partita in quarta.

– La festa della donna non è mimose e cuoricini! Ci ricorda che i diritti di adesso sono stati ottenuti lottando in passato contro prepotenti ipocriti e irrazionali maschilisti!! Che dobbiamo continuare a lottare per l’uguaglianza che ancora dobbiamo ottenere!

Non siamo strumenti pubblicitari, immagini di bella presenza, ma abbiamo una dignità! 
Alle donne viene negato il diritto di parola, di pensiero, in alcuni luoghi del mondo non possono neanche mostrare il volto!

Un vero uomo non regalare una mimosa per tradizione, ma per dire “Ci sono anch’io, sono con te in questa lotta.”-

 

 

Giovane, quanto è giovane Greta.

Così dannatamente bella.

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Informazioni su SuperEgoVsMe

Una rampante partenopea di belle speranze. Sono una bloggheressa esaltata ed esaltante (?!), anche se ondivaga più di uno tsunami, che ricordo per tranquillità e piacevolezza. Cultrice del buono e del bello e della pazzia, perché si sa, similes cum similibus congregantur, riferendomi all'ultimo lemma. Wannabe critico enogastronomico e, pertanto, cagapalle mostruosa a tavola. Sono l'incubo di ogni maitre che crede che il Cordon Bleu sia solo un prodotto Findus. Innamorata pazza di un uomo magnifico. Perennemente in lotta vs personalità borderline. Proprio ora che sono venuta a capo della mia. Suprematizzante, as u'll see. Volevo essere una blogstar, poi sono stata folgorata sulla via di Montecarlo da un certo Pocacola ed ho capito di dover essere una SuperFigaMegaGiga (trademark). Il prossimo passo che mi divide dalla conquista del mondo è diventare una twit-star. Seguimi e likami ovunque: mi troverai qui e lì nel magma del web. Sono riconoscibilissima: le mie cazzate hanno il marchio di fabbrica.
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