Marianna Usai – Je t’aime.

Il Je che la aime son proprio io.

Cazzo, son sempre autoreferenziale volete, Topoloni belli, che non lo sia proprio qui?!

Sarebbe pazzesco, no?

Ecco dopo un esordio che ha lasciato tutti di sasso (e ci mancava) torna, Marianna Usai – che poi ha un blog, questo – ritorna su queste paginette web.

Ritorna con qualcosa che profuma meno di lei, ma profuma sempre molto.

Di limoni, direi…

 

Quando sono tra la gente mi sento in pericolo.

Ogni volta una fatica.

Lo sforzo mi strema, mi sfianca. Ogni volta un po’ più debole.

E io lo so, che la colpa è mia, che non dovrei adeguarmi agli altri.

Do loro quello che vogliono. Faccio per loro quello che si aspettano da me.

Sono diventata così brava!

Va bene se ti bacio così? Vuoi che facciamo l’amore? Che ti salga sopra? Ci rimani mani male, se ti dico che ho da fare? E tra questi vestiti, quale vorresti io scegliessi? Mi preferisci indifesa? Ingenua?

Niente parolacce.

Ok.

Niente parolacce!

Tanto a me non costa niente!”
 
Naturalmente, non le costava niente: lei non esisteva e un numero, moltiplicato per zero, restituisce zero.
E “zero” ha un senso.
Non è nullità.
Ma fievolezza, mancanza.
 
Sembra più un:sai siamo spiacenti, quelle sono ceneri, ma avrebbe potuto esserci dell’altro, eh! 
 
Ecco, nel caso di Catharina era mancanza di desideri, opinioni, idee.
 
Lei impiegava molto per capire cosa desiderasse.
“Preferisci un cinema o una pizza?”, nella sua testa veniva immediatamente catapultato come:pensi che io preferisca il cinema, o la pizza? 
 
Aveva la consistenza dell’acqua.
I suoi pensieri erano quelli altrui.
I suoi punti di vista: non pervenuti.
Non riusciva a farsi un’opinione sulle cose, ad attribuirsi delle caratteristiche.
 
Così, quando le chiesero per la prima volta, di descriversi, non riuscii che ad attribuirsi caratteristiche e particolarità, per sentito dire.
Uno specchio.
Un lucentissimo e pulitissimo specchio. 
 
Le avevano insegnato a non disturbare.
I giochi silenziosi in giardino, i pomeriggi d’estate, a inventare dialoghi tra bambole.
Tanto appassionati, quanto muti.
 
Le hanno insegnato che non bisogna far rumore, che il sonno del vicino ottantenne è più importante, della fantasia d’una bambina.
 
Le hanno insegnato che quello che succede in casa, va protetto (se no, la gente che pensa?).
 
Le hanno insegnato che è cosa buona e giusta prendere bei voti, laurearsi con il massimo dei voti, sposarsi e fare dei bambini.
 
E’ cosa buona e giusta, salutare sempre per primi e sorridere e chiedere al telefono, come sta quel cugino di quinto grado, nipote della sorella di nonna, tanto bravo e cervellone, .
Ché  aveva solo voglia di rispondere: “ma chi cazzo se ne frega, di questo qui!” ma allora, lei non lo sapeva ancora. 
 
Così prendeva ottimi voti, la ragazzina e ogni voto era un pezzetto di cielo, una carezza sul viso, un po’ di bene.
 
Lo aveva imparato presto: libertà è far contenti gli altri, in modo da ottenere la loro approvazione e il loro consenso. 
 
Catharina cresce con le sue convinzioni strette in spalla.
A ogni scelta, posa la cartella a terra e le tira fuori una a una.
Le sistema sul tavolo, le ordina e le pesa.
Infine sceglie.
Si guarda intorno: siete contenti? Siete contenti di me? Vi piaccio? 
 
Un bambino non dovrebbe avere questi dubbi.
Ma quella bambina cresce e diventa una giovane donna.
Miracolosamente attenta.
Miracolosamente sensibile.
Miracolosamente viva.
E la vita si fa sentire, con chi in fondo non ha mai smesso di cercarla. 
 
“Sono andata dal terapeuta.
Gli ho detto che mi sento in gabbia, finita, impantanata.
Gli ho detto che ho paura.
Paura di non farcela ad uscire.
A liberarmi.
Mi ha detto di immaginarmi in una casa mia.
Anche se in affitto. 
Immaginati nella tua casa. 
E io l’ ho fatto. 
Potrò svegliarmi al mattino e decidere se fare colazione in casa, o fuori.
Senza sentire addosso la colpa di sprecare dei soldi. Di godermi la vita.
Potrò invitare i miei amici a cena, o per un aperitivo.
Andrò a lavoro, tornerò e potrò farmi un bel bagno caldo ai sali, che a me la doccia non è mai piaciuta.
Potrò restare immersa con un libro e delle candele, per tutto il tempo che voglio, ché prendersi cura di sé non è una brutta cosa.
Potrò cucinare, senza l’ angoscia di non sporcare.
Non sprecare.
Non fare troppo.
Non fare cose strane.
Nuove.
Solo io e la mia curiosità.
Potrò farmi una piccola biblioteca tutta mia, che se voglio tenerci dei libri erotici, non significa che sia una poco di buono.
Potrò creare un angolino intimo in cui scrivo, senza la paura di essere vista, senza la violenza di chi ti piomba in camera senza riguardo.
Come se il tuo spazio fosse anche il loro.
Come sei quello che c’è dentro, tu compresa, fosse roba loro.
No.
Io sono roba mia.
Potrò camminare scalza e chissenefrega del freddo, del letto sfatto e dei calzini sporchi!
Avrò la mia dimensione, potrò disegnare, senza pensare che sia una cosa inutile.
 
Potrò suonare, senza preoccuparmi di disturbare.
Potrò stare in terrazzo a scrivere.
Prendere il Sole.
Imparare.
Potrò tornare a casa la sera, soddisfatta di come ho lavorato.
Senza nessuno che ti faccia pesare, il fatto che per forza che non sei stanca, sei giovane.
Come se essere giovani fosse una colpa!
Quando questo accadrà, farò una cosa fatta mai: un piccolo tatuaggio.
Un uccellino che fugge dalla sua gabbietta.”
 
E scriveva Catharina, scriveva e non sapeva che da lì a poco, la sua libertà sarebbe arrivata sotto le sembianze di nulla: non una casa, non un uomo, non un figlio, non i consensi altrui.
 
Tutto quello che la rendeva felice era a portata di mano: sé stessa, i suoi progetti, i suoi ritrovati desideri.
 
Questa volta non mi ci metto, non mi cimento!
Tiziano, it’s up to ya!
 
Ti ricorderò in ogni gesto più perfetto, ogni sogno perso e ritrovato in un cassetto, in quelle giornate che passavano in un’ora…
Ho vissuto troppi anni in una gabbia d’oro, sì, forse, bellissimo, ma sempre in gabbia ero…
 
E quando non c’è Marianna nella mia vita e fuori e dentro e tutto intorno è buio, beh io ritorno nelle mie personalissime gabbia di platino tempestate di diamanti.

 

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Informazioni su SuperEgoVsMe

Una rampante partenopea di belle speranze. Sono una bloggheressa esaltata ed esaltante (?!), anche se ondivaga più di uno tsunami, che ricordo per tranquillità e piacevolezza. Cultrice del buono e del bello e della pazzia, perché si sa, similes cum similibus congregantur, riferendomi all'ultimo lemma. Wannabe critico enogastronomico e, pertanto, cagapalle mostruosa a tavola. Sono l'incubo di ogni maitre che crede che il Cordon Bleu sia solo un prodotto Findus. Innamorata pazza di un uomo magnifico. Perennemente in lotta vs personalità borderline. Proprio ora che sono venuta a capo della mia. Suprematizzante, as u'll see. Volevo essere una blogstar, poi sono stata folgorata sulla via di Montecarlo da un certo Pocacola ed ho capito di dover essere una SuperFigaMegaGiga (trademark). Il prossimo passo che mi divide dalla conquista del mondo è diventare una twit-star. Seguimi e likami ovunque: mi troverai qui e lì nel magma del web. Sono riconoscibilissima: le mie cazzate hanno il marchio di fabbrica.
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2 risposte a Marianna Usai – Je t’aime.

  1. salinaversosud ha detto:

    Grazie Daniela, è davvero un onore vantare un articolo su questo gioiellino di blog (che definire “blog” è già sminuirlo un po’)!

  2. Pingback: “Che la faccia osare di sognarsi, come non è mai riuscita ad immaginarsi” | profumodilimoni

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