Mi chiedete di parlare – Oriana Fallaci nella visione di Monica Guerritore.

mi-chiedete-di-parlareIeri, nel giorno in cui il Teatro italiano ha perso un’altra sua grandissima interprete, Rossella Falk- ultima di una triste serie di scomparse, dopo Mariangela Melato e Anna Proclemer -, il Teatro Diana di Napoli ha messo in scena l’ultima replica di “Mi chiedete di parlare”, spettacolo scritto, diretto ed interpretato da Monica Guerritore.

La Guerritore, attrice romana di origini napoletane, è nata nel teatro sotto la sapiente guida di Giorgio Strehler, interpretando, sin da giovanissima, ruoli di estrema potenza e lirismo.

Cresciuta anche grazie alla collaborazione con Gabriele Lavia, compagno di una vita e padre di sua figlia, la Guerritore, attrice anche di cinema, rappresenta, da anni, l’eccellenza  di una recitazione asciutta, non sensazionalistica, né guascona, fatta di perfetta emissione di fiati, dizione e senso del tempo e della frase impagabili, preciso controllo del corpo.

L’attrice, con la collaborazione del Corriere della Sera e della Fondazione del Festival dei due mondi di Spoleto, ha prodotto, scritto, diretto ed interpretato lo spettacolo: suo monologo quasi integrale – interrotto solo da una voce fuori campo e dalla presenza di un’altra attrice, nelle vesti dell’assistente personale di una morente Oriana Fallaci – che ripercorre, per associazione di idee e ricordi, la vita della giornalista fiorentina Oriana Fallaci.

I pensieri della Fallaci – nella finzione teatrale, dalla stessa Oriana urlati, provocatoriamente offerti – sono stati ricostruiti dalla Guerritore anche grazie alla guerritorecollaborazione della giornalista del Corsera, Emilia Costantini, custode di corposissimo materiale biografico su Oriana Fallaci.

Lo spettacolo di breve durata – in tutto supera di poco un’ora – ha un ritmo serrato, eppure può essere idealmente diviso in due momenti: l’ingresso di Oriana nella sua casa di New York, oramai spoglia, una casa che già prefigura il suo abbandono delle umane sorti e l’abbandono feroce, per nulla rinunciatario, della Fallaci alla morte.

Infatti, è un’Oriana come tradizione ce la tramanda quella che entra in scena: arrogante, sferzante quasi aggressiva che parla al suo pubblico ideale ed ad una giornalista – la voce fuori campo – che è giunta lì a strapparle quella che con tutta probabilità sarà la sua ultima intervista.

La seconda Oriana, quella che pur non arrendendosi, vede la propria fine troppo prossima per poterla negare, è una donna piegata in sé, quasi disturbata dai demoni della follia, una donna che ripercorre i suoi personali lutti: la morte del figlio mai nato, frutto di quell’amore burrascoso e totalizzante con il patriota greco Aleksos Panagulis; la morte dello stesso Panagulis; la morte, quella presentata come più straziante, della madre, “anticipazione della tua stessa morte”, portata via anch’ella da un cancro, lo stesso male che sta devastando Oriana.

E così l’intensa piéce teatrale di Monica Guerritore, tutta giocata sull’essenziale – dalla scenografia, minima, al gioco di luci, agli scarsi interventi di brevissime proiezioni audiovisive – fa emergere una linea interpretativa della vita, controversa, di Oriana Fallaci.

La Fallaci come diaframma tra Oriana, la parte intimistica ed umana della giornalista, e la realtà.

La Fallaci come monolite inattaccabile, fatto di ubris, di provocatorietà, di voglia selvaggia di emergere (“se sei donna devi fare di più, vedere di più, dimostrare di più” “avrei dovuto nascere uomo”) che Oriana usava per difendere se stessa dalla vita, da quella vita che sin dalla più tenera infanzia le aveva insegnato a non piangere.

Quella vita che è stata un percorso ad ostacoli tra gli orrori delle guerre, anche quelle che pubblicamente aveva appoggiato – come, ad esempio, la guerra del Golfo negli anni ’90 – guerre che però aveva sempre odiato, così come aveva odiato la morte.

Morte contrapposto al tutto che è la vita, un niente e un nulla a cui non potersi arrendere se non cadendo nella follia, quella che sembrerebbe, nella ricostruzione registica, aver abitato gli ultimi giorni della giornalista.

Eppure, al di là della condivisione o meno della scelta narrativa della Guerritore, non si può negare che anche questa volta l’attrice – qui nell’assorbente veste di scrittrice e regista dello spettacolo – abbia dato ancora una volta enorme prova di sé.

I monologhi, come è noto, presentano numerose asperità, dalla Guerritore tutte pienamente superate: non un calo di tensione, non un tempo sbagliato, non un gesto senza senso.

Una totale aderenza alla sua visione del personaggio.

Personaggio estremo, come la sua vita.

Una vita esemplare, comunque la si giudichi.

Oriana, di certo, lottò come un vietcong, su quel palcoscenico che è la vita per chiunque l’attraversi.

Vinse, anche se non saprei a quale prezzo, l’horror vacui che più di tutto sembrerebbe averla disgustata.

Lo spettacolo, in tournée dal 2011, proseguirà a Roma, al Teatro Eliseo fino al 26 maggio con doppi spettacoli giornalieri.

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Una rampante partenopea di belle speranze. Sono una bloggheressa esaltata ed esaltante (?!), anche se ondivaga più di uno tsunami, che ricordo per tranquillità e piacevolezza. Cultrice del buono e del bello e della pazzia, perché si sa, similes cum similibus congregantur, riferendomi all'ultimo lemma. Wannabe critico enogastronomico e, pertanto, cagapalle mostruosa a tavola. Sono l'incubo di ogni maitre che crede che il Cordon Bleu sia solo un prodotto Findus. Innamorata pazza di un uomo magnifico. Perennemente in lotta vs personalità borderline. Proprio ora che sono venuta a capo della mia. Suprematizzante, as u'll see. Volevo essere una blogstar, poi sono stata folgorata sulla via di Montecarlo da un certo Pocacola ed ho capito di dover essere una SuperFigaMegaGiga (trademark). Il prossimo passo che mi divide dalla conquista del mondo è diventare una twit-star. Seguimi e likami ovunque: mi troverai qui e lì nel magma del web. Sono riconoscibilissima: le mie cazzate hanno il marchio di fabbrica.
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