Cloud Atlas – di come un capolavoro assoluto non sia debitamente venerato dalle masse.

#chimiconoscelosa, come scrive ogni blogger, vlogger, webstar che si rispetti.

Comunque, in effetti, #chimiconoscelosaveramente: è difficile, se non raro che io scriva e parli in generale,anche nella vita reale,di ciò che veramente mi sta a cuore.

No, ok, questo non è un modo carino per rivelare, finalmente e dopo sette anni che qui sul mio blog ho scritto solo puttanate (anche perché pensavo fosse un po’ più sveglietti e ve ne foste resi conto da soli), ma, piuttosto, una delle mie lunghissime introduzioni ad un tema che mi è davvero a cuore e che voglio affrontare dopo tanto tempo.

cloud-atlas-2 diorama

Nella mia vita, come forse seguendomi avrete imparato a capire, l’immaginazione ha molto, moltissimo spazio.

Sin da piccolissima, i miei genitori mi hanno  raccontato storie stupefacenti,drammatizzandole e facendomele spesso vivere come se fossero reali. In particolare, il mio amatissimo padre, inventava per me – e perché lo aveva sempre fatto – dei mondi meravigliosi, così ricchi di dettagli e spessore che avrebbero fatto impallidire Tolkien. Mio padre era uno scienziato, un medico di enorme valore e un grande innovatore nel suo campo (l’emodiagnostica e altre impronunciabili ed ineffabili tecniche cardiologiche), eppure ai miei occhi il suo più grande valore era l’incontrollabile umanità, voglia di vivere e capacità di ridere.

Da  mia madre, del resto, e da tutta la sua famiglia – dal mio venerato nonno Luigi, in special modo – ho mutuato un attaccamento quasi morboso ai libri. Ho letto il mio primo libro a meno di quattro anni. Piccola Principessa. Non fu un buon esordio. Ci misi sei mesi a leggerlo, e minuscola e buona non pensai fosse stato un grande acquisto.

Mentre imparavo le prime parole di latino a cinque anni (lo so, lo so), mio nonno Luigi, medico a sua volta come del resto nonno Franco, mi portò nel suo studio di casa.

Era un luogo dove pochi avevano accesso, figli ormai più che grandi inclusi, io vi passavo con lui, ore, di grande felicità e di orgoglio per esservi dentro.

Ecco, fu in un pomeriggio qualunque di quelli, mentre quieta lo ascoltavo parlare, che poco più di cinquenne, ricevetti da lui il regalò che letteralmente mi cambiò la vita.

Era un libro. Dalla sovracopertina  verde spento, con al centro della stessa un’immagine curiosissima, che mi fu prontamente spiegato essere un uroburo (da non dover confondere con un caduceo simbolo dei farmacisti. Ogni commento è superfluo, credo). L’interno di questo  libro presentava delle pagine scritte con inchiostro verde e delle altre con inchiostro rosso.

Era “La storia infinita” di Micheal Ende.

Partii quel pomeriggio per un viaggio da cui non ho mai più fatto ritorno.

Quello in  Fantasia e le sue terre.

Indossai da allora delle lenti deformanti (che poi dici perché uno diventata gravemente miope…), che mi fanno vedere, sempre costantemente, altre cose della realtà rispetto  a quelle che voi altri sembrate vedere. O che almeno dichiarate di vedere, ché io lo so che anche voi siete meno normali di quello che volete far sembrare.

Da allora, trovai il modo di non impazzire mai, impazzendo del tutto.

Accettando e senza batter ciglio, che una persona qualunque, in un qualunque momento possa salvare il mondo, salvando semplicemente se stesso.

Accettando che nella vita ci siano dei Maestri e che vadano seguiti.

Accettando che a volte il male esiste e vince e non c’è nulla da fare.

Accettando che nonostante questo, il bene e il bello siano sempre più forti del male, perché assoluti rispetto alla relatività del loro caduco opponente.

Intuendo sin d’allora che la morte, in realtà, sia solo una convenzione.

Evidentemente, questa cura Ludwig dell’anima, deve avermi fatto molto bene, o molto male, a seconda delle interpretazioni, perché sono 29 anni che sono rimasta così (entrando anche, evidentemente, in un’altra dimensione spazio-temporale, visto che, come è noto, io ho sedici anni).

No, non ho perso una pagina word di chiacchiere in vano, volevo solo spiegare che da quando ho compiuto cinque anni, la mia vita non è solo quella che gli altri possono vedere nel mondo reale o nelle mie incredibili manifestazioni virtuali e fisiche.

La mia vera vita ed il mio vero mondo si manifestano ed agitano, principalmente nella mia testa, al suo interno, insomma.

E non è nemmeno un’apologia della mia estrosità, perché come disse qualcuno “Certo, è nella tua testa, ma questo perché mai dovrebbe dire che non sia reale?”.

Con il tempo e diventando più grande, ai libri, alle favole e ai fumetti, si sono unite altre passioni con biglietto di sola andata verso il mio mondo: lo studio, i classici greci e latini, la filosofia, la musica sia colta sia commercialissima, piccole suggestioni orientalizzanti, uno studio matto e disperatissimo della religione cristiana cattolica, la passione per il cinema.

Ed è di questo, in effetti che volevo parlare oggi.

Di cinema.

Di un film, che mi ha letteralmente stravolta, sin da quando ne vidi per la prima volta il trailer.

locandina

Come sempre, attendendone l’uscita come l’aria, al cinema lo persi.

Lo vide mia madre insieme ad un nostro carissimo amico, artefice di altri disastri tipo consegnarmi “Il Signore degli anelli” versione integrale a sei anni. Non lo capirono per niente ma ne rimasero giustamente affascinati.

Mia madre addirittura mi confidò di aver avuto una stranissima esperienza mentre lo guardava sul grande schermo: durante una delle scene maggiormente di azione, si assopì qualche secondo, ed ebbe un’esperienza di percezioni iperreali. In buona sostanza, proiettò un avvenimento reale, accaduto da pochissimo, nella trama del film, convincendosì, inpochissimi secondi che il mondo della pellicola fosse quello reale.

Non so se mi sono spiegata, credo di no, in realtà. Ma così fu.

Pur perdendolo al cinema, nelle settimane successive alla sua uscita, credo di poter affermare,senza tema di essere smentita, di essere diventata una delle maggiori esperte a livello mondiale di Cloud Atlas.

Del film, del cast, dei registi, del libro da cui era tratto (Cloud Atlas, appunto di David Mitchell) imparai l’imparabile.

Lessi i testi dell’incredibile https://www.youtube.com/embed/ZnG5zbg8NoM“>conferenza stampa di presentazione che del film fu fatta.tywker

Ripresi in mano parte della filmografia sia dei fratelli Wachowski, sia di Tykwer.

Imparai letteralmente a memoria la sua bellissima colonna sonora, sempre ascoltandola su YT.

Non ne vidi, per scelta, una sola scena: volevo rimanere, traenormi virgolette, vergine rispetto al film, anche dopo averne saputo tutto.

Legai non so perché, la mia storia d’amore a quel film che non avevo visto e fu così che quando a Giugliano dopo alcuni mesi vidi quel libro in una libreria, costrinsi il mio fortunatissimo compagno a regalarmelo incartato, e dopo alcuni giorni. Come se fosse una sorprendente sorpresa.

Avutolo, però, non lo lessi ancora.

Ma, appena preso un nuovo ipad mini con retina, lo feci: acquistai il mio primo film su itunes.

Sì, Cloud Atlas.

Finalmente acquistato, lo vidi subito, non accesi neanche il Mac, tentai di connettermi con ipad al televisore, questo sì. Ma poi che l’AppleTv è una delle poche cose che mi manca, Steve da lassù non mi diede soddisfazioni. Del resto io ho uno schermo Samsung, pure che mi devo aspettare.

Al di là dei miei problemi tecnologici, però, ancora dopo oltre un anno ricordo, il pomeriggio, in cui, vidi integralmente e tutto di un fiato per la prima volta, il mio tanto sospirato Cloud Atlas.

Parliamo di oltre tre ore di film, sicuramente non semplici da seguire su uno schermo piccolo.

Eppure, fu amore sin dalla prima scena (scusatemi non riesco a trovare il prologo.).

E sino al https://www.youtube.com/embed/nQgLel_pXOE“>discorso di Somni451.

somni art

Un film complesso, ridondante, immaginifico, perfettamente imperfetto che frastorna, che nessuno capisce (vi dico non so perché), ma che contiene, a mio avviso, quasi tutto quello che ogni essere umano dovrebbe aver montano all’interno del suo sistema operativo al primo avvio.

Un film che santifica le affinità elettive, rendendole o meglio svelandole per quello che realmente sono: https://www.youtube.com/embed/rGCjILCwXtM“>la vita.

Io sono una persona fortunata: molte volte nella vita incontro gli occhi di persone che gemellano l’anima. E cambiano la vita. Per mesi, anni, per sempre.

E alcune volte non ho saputo riconoscerle. E ho perso tempo. Perché poi quelle anime lì ritornano con giri tra il brevissimo ed il breve.

Ed altre non  sono stata riconosciuta, e sono poi stata rimpianta per ere geologiche.

Altre ancora, ho frainteso.

Altre ho avuto l’illuminazione dopo anni, altre al primo sguardo: parlo di Te fratellino.

Questo il senso profondo di Cloud Atlas: il cambiamento, l’evoluzione che tutti dobbiamo avere per non involvere.

Perché senza bisogno di spoiler o considerazioni minuziose sulla trama che qui sarebbero inutili e poco agevoli, il vero messaggio di CLoud Atlas è che al di là del tempo e dello spazio, un essere vivente che non compia le proprie scelte in maniera coraggiosa e coerente è costretta e destinata all’imbarbarimento o all’eclissi.

Che non esistono predestinati, né in un senso, né nell’altro, ma che ogni singola azione, anche la più banale può connotare noi e in un senso mediato mediatissimo tutto il mondo, in modi che non si potrebbero neanche immaginare.

Tutto questo, in uno a raffinatissime citazioni, proiezioni fantasmagoriche e catartiche, apocalittiche e cataboliche, escatologiche e perfino scatologiche. In uno a scene, costumi, trucchi scenici ed effetti speciali pazzeschi.

Ed interpretazioni di un cast che va da Susan Sarandon a Hugh Grant, da Tom Hanks a Halle Berry a Jim Sturgess ad un immenso Hugo Weaving che si conferma miglior attore in campo, musa dei Wachowski e probabilmente attore più misconosciuto della filmografia mondiale.

A tacere degli altri, come, ad esempio, il poco conosciuto Prof. Lumacorno, Jim Broadbent, che più regala un’intepretazione eccellente ancora più di quelle già ottime donate ai due ultimi capitoli della saga di Harry Potter.

Il film realizzato integralmente ed integralmente prodotto dai due Wachoski e Tyker, seppur in concerto con una major del calibro della Warner, seppur non sceneggiato da Mitchell, autore del volume da cui è tratto, è dallo stesso appoggiato, tanto che, presente quasi totalmente durante le registrazioni, appare pure in un piccolo cameo, in una delle mille scene gordiane del film.

Chiaramente, non ho potuto fare a meno di leggere anche il libro almeno tre volte, in meno di un anno. Trovandolo molto diverso seppur identico nello spirito, e, come se ce ne fosse bisogno ancora più crudelmente amaro.

Che la mia opinione su Cloud Atlas, per tutto quanto detto sinora, sia di trovarmi di fronte ad un capolavoro assoluto, credo sia evidente anche a chi – del tutto legittimamentestia leggendo una riga su tre -.

Quello che però vorrei chiarire,è che trovo del tutto scandaloso che,

viste le premesse,

visto il risultato,

viste le enorme fanbase sia del cast sia degli autori e

la venerazione che le loro precedenti opere hanno ottenuto nel tempo (la Trilogia Matrix e Lola Rent sono indubbiamente tra i film più studiati degli ultimi venti anni),

Cloud Atlas non sia, a distanza di quasi tre anni dalla sua uscita, oggetto di studi, conosciutissimo ed apprezzato da tutti.

Temo che, al di là delle tristissime circostanze della sua distribuzione che fu uccisa a livello mondiale da un hackeraggio che ne bucò l’uscita nelle sale, il suo imperdonabile scarso successo in termini di numeri, sia dovuto alla circostanza che sia un film per pochi.

Ma non a livello cinematografico (lì diversamente a quanto comunemente si dice basta un po’ di attenzione per seguire il susseguirsi concentrico delle sei trame), ma a livello spirituale.

Il che, intanto mi sembra un po’ naif da scrivere, e poi drammatico da sostenere, ove, come temo, fosse vero.

Quindi, invito tutti alla visione di Cloud Atlas.

Date a questo immenso film, ma soprattutto a voi stessi, una possibilità.

Quella di incontrare il vero vero, di contemplarlo sullo schermo, per poi cercare di incrociarlo e riconoscerlo nella vita reale.

Non dico di promuoverlo, perché quello, davvero non tutti possono vogliono e sono consapevoli di farlo.

Cloud Atlas ha cambiato la mia vita, mi ha reso di certo una persona diversa.

Sono certa di essere diventata una persona migliore.

(L-r) DOONA BAE as Sonmi-451 and JAMES D’ARCY as Archivist in the epic drama “CLOUD ATLAS,” distributed domestically by Warner Bros. Pictures and in select international territories.

(L-r) DOONA BAE as Sonmi-451 and JAMES D’ARCY as Archivist in the epic drama “CLOUD ATLAS,” distributed domestically by Warner Bros. Pictures and in select international territories.

“qualcuno ci crede già”

IMMAGINI DAL WEB. PLAUSI PARTICOLARI A CHI HA REALIZZATO IL DISEGNO

Informazioni su SuperEgoVsMe

Una rampante partenopea di belle speranze. Sono una bloggheressa esaltata ed esaltante (?!), anche se ondivaga più di uno tsunami, che ricordo per tranquillità e piacevolezza. Cultrice del buono e del bello e della pazzia, perché si sa, similes cum similibus congregantur, riferendomi all'ultimo lemma. Wannabe critico enogastronomico e, pertanto, cagapalle mostruosa a tavola. Sono l'incubo di ogni maitre che crede che il Cordon Bleu sia solo un prodotto Findus. Innamorata pazza di un uomo magnifico. Perennemente in lotta vs personalità borderline. Proprio ora che sono venuta a capo della mia. Suprematizzante, as u'll see. Volevo essere una blogstar, poi sono stata folgorata sulla via di Montecarlo da un certo Pocacola ed ho capito di dover essere una SuperFigaMegaGiga (trademark). Il prossimo passo che mi divide dalla conquista del mondo è diventare una twit-star. Seguimi e likami ovunque: mi troverai qui e lì nel magma del web. Sono riconoscibilissima: le mie cazzate hanno il marchio di fabbrica.
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