Woody, Federico Baccomo Duchesne.

Woody, edito da Giunti Editore, con illustrazioni di Alessandro Sana, è il quarto libro di Federico Baccomo, il famoso Duchesne di Studio Illegale.

Arrivato dopo i due libri geneticamente collegati al suo vecchio e gloriosissimo blog,(Studio Illegale, per l’appunto, e Gente che sta bene – dai quali sono state tratte altrettante pellicole cinematografiche),

e il premiatissimo Peep Show (tutti editi da Marsilio), estraneo alle classiche tematiche social/legali dei due precedenti volumi,

copertina woody giuntiWoody è un romanzo delizioso.

Questo è il primo aggettivo che mi viene in mente se devo pensare a Woody: delizioso.

Poi potrei continuare e definirlo delicato, romantico, poetico, amaro, in una sola parola VERO.

Ma la delizia, il senso di bambinesco smarrimento, la lievità e la poesia, sono le prime cose che possono venire in mente a chiunque si affacci a questo piccolo prezioso volume.

Per me queste poche pagine, appena 92 – considerate anche le immagini di Sanna – rappresentano un’opera d’arte vera e propria; pertanto,  la storia di Woody, il quid, è, ai miei occhi, molto meno importante del quomodo. Eppure ve ne parlerò.

Woody, cane di razza Basenji di tre anni, si trova

– per una serie di circostanze molto dolorose che il corso del romanzo dipanerà –

in un canile. Separato improvvisamente e, dal suo punto di vista senza motivo, dall’amata Padrona Laura – ragazza universitaria di Milano.

Nella gabbia in cui è costretto, senza cibo, senza affetto, senza apparenti motivazioni, Woody, in prima persona, anzi in prima canità, racconterà sue riflessioni sul mondo, sulla vita di cane, sulla sua vita con gli uomini, arrivando anche a chiarire il perché del suo penoso stato.

mia madre ama il DUCA

mia madre ama il DUCA

Questo, in estrema sintesi il plot della storia, ma non è assurdo definire questo piccolo gioiello uscito dalla penna di Baccomo, un romanzo di formazione: una storia di fantasia quasi favolistica, che, però, dalla prospettiva di un cane di taglia media spiega il mondo e le sue odiose contraddizioni e miserie molto più di tanti fondi di giornale.

E questo, però, non deve sorprendere, perché dalla penna di Federico Baccomo, per me il mio Duca, sono uscite negli anni numerose perle, numerosissime suggestioni, numerose Verità.

Quelle Verità che sono evidenti a chiunque VEDA a chiunque voglia vedere, se ha il tempo, le capacità e la sensibilità di farlo.

Per me, che sono nata come blogger grazie a Duchesne, come ho sempre detto e sempre ricorderò, che Federico Baccomo abbia queste capacità era indubbio dalla prima chat.

Adesso che ho avuto la fortuna anche di conoscerlo personalmente e fisicamente (in un pranzo che lo vedeva proprio con le bozze di Woody sotto braccio), non posso che compiacermi di aver comprato già quattro copie di Woody.

Un romanzo da regalare per Natale a chiunque abbia un cane, a chiunque abbia un amore, a chiunque debba imparare a sorridere del male e del bello della vita.

Io la mia copia me la tengo stretta e l’ho già letta non so quante volte, trovandoci, ispirazione, allegria, nostalgia, quieta accettazione.

Sì, l’accettazione di chi sa che le cose sono più grandi di lui, ma comunque lotta per  Federico Baccomo duchesne
cambiarle, per essere artefice del proprio destino, diventando un EROE.

Ma, soprattutto, cosa è: eroe?” – si chiede Woody alla fine delle sue rocambolesche avventure.

Io la risposta ce l’ho:

un eroe è qualsiasi essere vivente che superi i propri limiti per amore, al di là di ogni sanità e salvezza per se stesso.

Un eroe è chi lotta contro il mondo e contro il male, nel suo piccolo limitato orto.

E chi lotta contro le proprie stesse miserie, per superare quello che è il  male di vivere.

Per me, Federico Baccomo Duchesne è un eroe; è il mio DUCA.

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Il futuro delle future generazioni. – Sive dei figli degli altri.


Io sono una persona consapevole.

Non faccio figli.

Voi continuate a riprodurvi, mentre io, gajarda, a 34 anni penso a come non concepire, perché sono migliore di voi.

No, non è vero niente.

Io sono una dannata codarda, e voi, voi altri umani, avete ragione.

Un figlio è un dono della natura, della terra, dell’intelletto, dell’amore, della sorte, del Signore.

Un figlio è sempre un dono.

Spesse volte donato a persone inconsapevoli, a volte perfino inopportune, impreparate, ma ogni figlio cambia il mondo.

Non  il mondo dei genitori e della loro famiglia estesa, no, no.

Cambia proprio il mondo.

Quindi va coltivato, con attenzione.

Ecco, attenzione e dedizione.

In definitiva è per questo che io non me la sento.

Perché oltre che codarda e pavida e anche un po’ idiota (sì, ok la finisco), sono un’irresponsabile.

O forse, e questo lo dico senza ironia, sono troppo responsabile.

Mi spiego.

A me preoccupa molto il futuro delle future generazioni, se vogliamo mi preoccupa anche il mio, ma qui andremmo OT.

Adoro i bambini, sul serio, come il mio amato papà, ho con loro (ma davvero con tutti, eh, manco fossi San Francesco) un rapporto molto particolare.

Io sono una grande bambina vecchia, triste e distrutta, ma resto una bambina, e questo loro, che sono, ringraziando il cielo, poco più che animali, lo sentono.

Il bambino, ma questo non ci volevo certo io per dirlo, è un piccolo dittatore plenipotenziario, proprio come a 34 sono io.

Un bambino è assolutamente in grado di tutto e lo sa, lo sente. E fa di tutto per Image for Where the wild things are.dimostrartelo.

Anche il bambino più stolido (perché esistono bambini idioti e perfino brutti, non crediate il contrario, anche bambini cattivi e maliziosi, non crediate alla favola della loro bontà predeterminata) SA di essere capace di tutto e lo dimostra.

Il capriccio infantile, non è una bizza, a mio sommessissimo avviso, è la dimostrazione che oltre un certo punto con un bambino non si può andare.

Ecco, io con questi piccoli adorabili tagliagola vado mostruosamente d’accordo.

Perché sono esattamente come loro.

Io sono certa di potere fare quello che voglio, senza regole (se non quelle dell’etica personale, che nel mio caso non è uno scherzo e quasi mi impedisce di respirare, ma anche quella è un’altra storia).

E sono pronta, come qualsiasi bambino a dimostrarlo.

Ed ho tenacia nel farlo.

E sono certa che come genitore sarei perfetta.

Image for La kryptonite nella borsa.

Ho una pazienza squisita, sono simpatica, sono dolce, ma sono anche austera.

Ho alcune idee sull’educazione davvero prodigiose.

Sono persuasa che un’alimentazione corretta ma non ortoressica, sia la chiave della meraviglia.

Saprei contribuire giustamente allo sviluppo fisico-psichico di ogni creatura al carbonio, e forse anche al silicio.

Non dormo è questo, stranamente, una volta tanto sarebbe un vantaggio.

E allora? Cosa mi impedisce di fare un figlio tutto mio, invece di importunare quelli degli altri?

La codardia, come sopra confessato, ma soprattutto un’altra piccola cazzabbubola.

Ecco, io non ve l’ho mai detto – in realtà non lo dico quasi mai a nessuno, anche nella vita reale – ma io sono molto Cristiana, non proprio cattolica, anche se è così che mi si potrebbe definire, ma molto molto, aggiungerei un altro molto, amante di Cristo.

Ne sarei, in effetti un soldato, non solo perché sono cresimata (la cresima fu una soprattassa del pagamento della retta della seconda media al Sacro Cuore – true life, true story), ma proprio perché a me piace lottare per i valori che il Cristo ha espresso.

L’amore per gli altri, il donarsi, la protezione dei deboli, degli ultimi.

Non ho molto afferrato il concetto dell’ama te stesso, ma so’ dettagli.

Ecco, l’amico Emmanuele ha detto una cosa che mi ha un po’ deviata: non sconvolgete i bambini.

O giù di lì.

Ecco, io temo che il mondo di oggi sia un po’ sconvolgente.

Ecco, io sono persuasa che la terra sporchi troppo facilmente i piedi di chi la calpesti e i bambini, non so se ve ne siete accorti, sono  molto puliti e bassini: possono sporcarsi più di noi.

E sono più difficili da lavare, sapete?, molti di loro non amano fare la doccia.

Lo so, sto cercando – e riuscendo – a buttare in vacca una cosa per me sacrosanta anzi SACRA E SANTA, ma parlo sul serio, scherzo, perché mi dovete credere: sapere con certezza di non volere concepire per una persona vitale come è la più laida sciagura che mi potesse capitare.

Ma è così.

Io non voglio mettere al mondo un potenziale infelice.

Non voglio mettere al mondo una persona che debba parlare dell’IS.

Non voglio dare alla luce un essere che debba confortarsi con l’uranio impoverito.

Non voglio creare, in definitiva, un piccolo cristo che, come tutti gli esseri umani, come me, porco cazzo!, debba salire sulle sue croci quotidiane piccole, grandi, o immonde che siano.

E più passa il tempo, meno voglio farlo, perché sono vecchia, vecchia, vecchia!

Ed ora non ditemi che tutti anche a quaranta anni, e bla bla bla.

Io sono per la libertà, ma i genitori a tutti i costi, non li capisco.

Moriranno e lasceranno al mondo degli infelici.

Ci sono casi e casi e distinguo, ma io sono certa che se mettessi al mondo un figlio tra dieci anni, a 44anni (in fila per sette con il resto di 4) sarei spregevole: dopo venti anni sarei già una dannata vecchia (questa volta in senso letterale) e i ragazzi dei vecchi non sanno cosa farsene.

Le mie neurodegenerazioni dovute all’età e alla mia persona, avrebbero già sconvolto troppe volte la mia stessa giovane carne.

Ed io, nel nome Benedettissimo di Cristo, non sconvolgo i bambini, mai, per nessun motivo.

A volte sconvolgo i loro genitori, ma francamente manco mi interessa.

Lo so, sono una presuntuosa, questo è ovvio.

E lo sapevate già.

Per me, la gran massa degli esseri umani sopra i 15 anni, manco esiste.

Per me il presente sono i bambini, i ragazzini.

Ed io li amo quasi tutti incondizionatamente… lasciate che i bambini vengano a me.

Ma quanto a farne uno tutto mio, beh, avrei  dovuto essere un’altra persona, MIGLIORE, e vivere in un posto più degno.

Che so, l’Eden.

Allora non credo, sai che genererò, cara Mammina.

E non mi guardare male, perché guardo io male me stessa ogni giorno per questo fardello.

Forse Cristo, il destino, la sorte mi illumineranno, e cambierò avviso.

Oppure farò felice un già nato in misere condizioni, più misere di quelle di ogni normale essere umano.

E adotterò.

Per ora gioco con i bambini degli altri, e con me stessa, la mia bambina preferita.

Però credetemi, amici, conoscenti, passanti per strada, quando dico che più di sei ore non li sopporto i vostri figli, è solo una sana invidia, avrei voluto avere io la vostra forza.

Io vorrei un figlio, due, tre, tremila, con tutta me stessa.

Per questo non mi sento degna.

Per questo lo sono.

Per questo non voglio esserlo.

 

A tutti gli esseri umani che mi hanno insegnato cosa significa essere padre e madre:

MIO PADRE, la persona migliore del mondo,

VALERIA IACOBACCI, la migliore dei Perricone,

MITì PENTA, la donna che vorrei essere,

GIOIA PIRO, la mia seconda mamma, 

NELLA CASTIGLIONE MORELLI, un angelo, 

LUCIA GANGHERI, che figli non ne ha,

BENEDETTO MOTISI, un prodigio che ha sposato un prodigio, generando quello che sarà un prodigio, 

VERONICA BENINI, che figli non ne ha potuti avere,

RICCARDO PIZZI, un padre ideale,

FRANCO RICCARDO, il padre più bello del mondo,

MIO NONNO FRANCO, adorabile,

MIA NONNA TERESA, uno zucchero filato che era molto più intelligente di quanto non desse a vedere,

LA PROFESSORESSA ARENA, pace all’anima sua,

ANTONELLA MAG GIANNONE, devota madre di se stessa (e non é poco),

MIA CUGINA FRANCESCA, che aveva gli occhi che piangevano per me, mentre sorrideva a sua figlia, 

MAURICE SENDAK, grazie di tutto (l’immagine in alto a destra è sua ed è presa dal web)

MIA MADRE, in un certo senso.

 

a miei figli sparsi per il mondo, sono vostri, io lo so, ma un po’ li sento miei, per quel quarto d’ora che magari a Voi danno anche fastidio.

 

A Lorenzo Riccardo, il mio figlio preferito by definition, figlio di due esseri umani probabilmente molto fortunati, dalla vita hanno avuto tutto, hanno avuto TE.

Ed al mio diletto Aldo, la mia versione migliorata di sette anni e poco meno, questa è la canzone che più al mondo mi fa pensare a Te! E a noi, amico mio!

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La tredicesima dimensione – Mag.

La tredicesima dimensione è un piccolo ed agile volume, nel formato.

Quando lo apri, però, cadi in un buco bianco (ok, se dici che i buchi neri hanno uscita, io mi fido Hawking, ci mancherebbe) di nitore, di pulizia d’anima, di allegria, oppressa da una strana depressione, di un buio che non ce la fa.

Un prosimetrum, una parodia, un paradosso, un vortice.

Cadi nella testa dell’autrice, la sorprendente Mag, nome di piuma di Antonella Giannone, siciliana, tarantina, calabrese, bolognese… Un donna enigmatica e che si muove molto, Mag.

Una persona che da sola si è liberata dalle ossessioni delle sue manie, e che con questo libro agile, come dicevo prima, è riuscita in una missione incredibile: rendere il particolarissimo, universale.

Mi sembra che un certo Platone cercasse la quadra di questo tipo di cerchio, certo in termini filosofico-etici, ma pure riuscirci con le proprie umanissime miserie non è poca cosa.

Come diceva quel tale, ogni famiglia è infelice a modo suo, e così si potrebbe e si può dire che ognuno combatte con i propri impalpabili – e per il mondo esterno inesistenti -demoni, ma la lotta, beh quella è simile per tutti.

Capirlo, spiegarlo e perfino dimostrarlo, non è da tutti, Antonella, Mag ci sono riuscite perfettamente.

Amo questo libro, amo questa storia che non si sa come finirà, perché le belle storie probabilmente non finiscono mai.

Sono entusiasta di essere inciampata in questo piccolo pezzo di letteratura post moderna.

“cosa faresti se un giorno ti accorgessi di vivere solo nei tuoi pensieri?”

Io non lo so, Antonella sì, io sono solo che la terra non sporca le tue scarpine buffe, Mag, ché anche se non vivi più solo nei tuoi pensieri, non sei certo di questa terra di stenti ed orrori.

Ma dell’iperuraneo mondo delle ARTI.

“(…) Eravamo dei valorosi guerrieri

fin quando abbiamo cominciato l’autodistruzione

ed abbiamo spazzato via la vita dai nostri progetti… (…)”

Mag – La tredicesima dimensione (distribuzione cinquantuno.it) Caosfera Edizioni

Codice IBSN 978-88-6628-224-2

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Sensi, personale di Gerardo di Fiore.

Lo Spazio Nea Art Gallery Napoli, in collaborazione con la Presidenza della Federico II, Università degli Studi di Napoli e la casa editrice IEMME Edizioni, presentano

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SENSI, personale del Maestro Gerardo di Fiore, a cura di Franco Riccardo.

La mostra, che sarà inaugurata presso la Biblioteca Area Umanistica della Federico II (piazza Bellini, Palazzo Sant’Antoniello) alle ore 17.30 e sino alle 19.30 di venerdì 23 ottobre 2015, sarà visitabile sino al 6 novembre.

Nei primi giorni di novembre, sarà annunciato un altro evento partecipativo per la presentazione del catalogo dell’esposizione con testi di

Gabriele Frasca – Presidente del Premio Napoli-,

Marco de Gemmis – direttore dell’area didattica del Museo Archeologico di Napoli -,

Andrea Viliani – direttore del museo MADRE per l’arte contemporanea di Napoli -,

Francesco Gaeta – Direttore dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli -,

Franco Riccardo – curatore di SENSI e gallerista di fama mondiale.

Il catalogo sarà completato da una intervista, una conversazione, tra

Daniela Persico – legale, social media marketer e editorialista web – e Gerardo di Fiore.

 

SENSI è una mostra antologica che ripercorre gli ultimi venti anni della produzione artistica di Gerardo Di Fiore.

Di Fiore, già docente dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli, tra i creatori della Galleria Inesistente, acclamato incisore e scultore, è senza dubbio ancora oggi uno dei personaggi più interessanti dell’arte contemporanea napoletana.

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Nato poco prima della Seconda Guerra Mondiale nella Terra dei Fuochi (a Giugliano, precisamente), Gerardo di Fiore ha studiato, vissuto, operato ed insegnato a Napoli, di cui ha saputo sempre cogliere gli aspetti più paradossali, contraddittori ed incredibilmente belli, sviluppando una poetica visiva inarrivabile.

Perfetto sculture, tanto da essere poi nominato docente della materia presso l’Accademia di Napoli, Gerardo di Fiore ha scelto e coerentemente mantenuto per le sue opere la gommapiuma, materiale caduco per definizione.

Materiale, ostico, sfuggevole, impermanente, che Gerardo di Fiore rende quasi eterno (esso comunque degrada inevitabilmente) tramite incisioni sapienti, che rimandano a stili e simbologie ultraclassiche.

Egli non è neoclassico, né citazionista: Gerardo di Fiore è proprio un classico a la Fidia (con le dovute distinzioni).

Ma la rappresentazione classica, quasi Di Fiore fosse un novello10511679_765338856864493_3601141054667188906_o spiritello dei boschi o delle fonti d’acqua (o di fuoco, forse visti i natali e la permanenza napoletana alla pendici del Vesuvio), sono per Di Fiore un preteso di critica sociale, di un guizzo di sberleffo, di una crasi tra il bello classico ed il brutto, l’osceno della realtà fattuale contemporanea.

Avulso dagli schemi e dalle convenzioni, Di Fiore non si è mai piegato, né tantomeno assimilato, alle logiche del mercato dell’arte contemporanea, non rimanendone però avulso: anche il mercato non può nulla contro il valore.

Ed è per questo che al di là degli altri forti riconoscimenti di valore, una delle sue più grandi collaborazioni, sia di lavoro, sia di fratellanza, è nata con il gallerista di arte contemporanea Franco Riccardo.

Riccardo, editore, gallerista, curatore, strategista per la diffusione dell’arte contemporanea, giuglianese di origine come il Maestro, ha – sin dai suoi precocissimi esordi agli inizi degli anni ’80 – diretto la propria attività per l’emersione (nel caso di giovani artisti) e la valorizzazione di opere eccentriche rispetto alle logiche lobbistiche ed affaristiche del mercato internazionale dell’arte contemporanea.

In tale ottica, una collaborazione, un rapporto quasi di cofiliazione e cogenitorialità tra il Maestro Gerardo di Fiore e il giovane Franco Riccardo non poteva essere evitato.

E così non è stato: la loro collaborazione è durata oltre tre decenni e durerà sino alla fine delle reciproche attività.

Io sono fortunata, questa è già la terza mostra che vedo allestire tra loro due e da loro due: vederli insieme è uno spettacolo, non si sa più chi sia il padre chi sia il figlio, chi sia l’artista chi il curatore, chi ami di più l’altro.

Tutto questo, pare incredibile, ma forse, a ben vedere solo fino ad un certo punto, non può che rendere ancora più magiche le installazioni del Maestro di Fiore, perché per ogni scelta logistica, c’è una lotta, una carezza, una risata, una discussione.

Questo è il vero amore, questa è l’Arte.

E questa mostra, nella magnifica e storica cornice di Palazzo Sant’Antoniello e del suo chiostro, altro non è che una consacrazione, ulteriore ma sempre necessaria, delle opere tutte di Gerardo di Fiore, ora che alcuni suoi lavori stanno finalmente per essere musealizzati così come sarebbe stato opportuno fossero stati alcuni anni fa.

E quindi, in quest’ottica, la meravigliosa “zattera per Ofelia” (UNA ZATTERA PER OFELIA, 2015 – Gommapiuma) non può che rappresentare l’ultimo saluto (ma solo per il momento!) che Gerardo di Fiore fa allo stato dell’arte, se mi si passerà la tragica battuta.

Oltre a questa opera inedita e specifica per il sito e per la mostra, saranno altresì esposte altre sei grandi opere del Maestro che ne ripercorreranno la produzione artistica più recente.

Nel mio cuore, però, un posto speciale tra tutte, lo ha “C’è posta per Troia” (2011 Gommapiuma ed altri materiali).

La prima opera, in effetti, che vidi del maestro, alcuni anni fa; grazie alla quale mi innamorai di lui e della Galleria Franco Riccardo Arti Visive.

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Io, pertanto, consiglio a tutti, ma proprio a tutti di venire, il 23 ottobre alle 17.30 alla BRAU e ringrazio Luigi Solito e Bruno La Mura, giovani galleristi ed imprenditori in tema di cultura e diffusione dell’arte contemporanea, di aver reso possibile tutto ciò.

Dove non arrivano più Comune e Regioni (lo Stato qui in Campania non arriva da decenni, direi), arrivano due giovani imprenditori con l’Università e due vecchi leoni (parlo di voi, Franco e Gerardo) della storia della nostra città!

 

SENSI di Gerardo di Fiore – a cura di Franco Riccardo

BRAU Biblioteca Area Umanistica – Palazzo Sant’Antoniello, Via Costantinopoli,  Napoli

dal 23/10/2015 alle ore 17.30

sino al 06/11/2015

(da un’idea di Franco Riccardo e con l’organizzazione di Spazio Nea di Luigi Solito e Bruno La Mura, con la collaborazione ed il supporto logistico dell’Università degli Studi di Napoli, Federico II)

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Quanto hai sofferto lo sa solo Dio.

Perché è così, così, così.

Siamo maschere, celate, assurde, chiuse, negate.

Nei sorrisi e peggio ancora nelle lacrime, quasi peccati mortali,

ma poi perché, per chi?

Le lacrime offendono solo chi non sa amare più,

sono ricatti solo per i ricattabili,

pungoli solo per chi è in difetto.

Le lacrime hanno sanato tante mie ferite,

lenito tante gioie che sembravano solo neurodeliri,

sottolineato tante compassioni,

spento tante sofferenze.

Io amo le mie lacrime, ma non più – mai più- la mia sofferenza.

Sorella cara, ci siamo viste, perfino frequentate, ora no, non sono più una cosa Tua.

E adesso, obiettiva, oltre la coltre delle lacrime,

osservo che solo io ti avevo invocata.

Ora ti lascio, amica carissima, esci dal mio mondo,

che ora c’è spazio per cose nuove.

a Pino Daniele, colonna sonora del mio primo giovanissimo amore, e della mia vita TUTTA.

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Stazione di Posta 108 – Ciro Sabatino, lo stai facendo bene.

Napoli è una città strana, la amo, mi piace, ma non la sopporto più. napoli napoli napoli

Potrei osare dire parafrasando niente di meno che Gianni Boncompagni.

Napoli è strana perché è struggentemente e lievemente bella. Intendo con lievità.

Napoli è una città ridente, assolata, anche quando piove, un po’ come la mia amata Milano, sotto sotto è piovosa, anche quando c’è il sole.

La gente di Napoli è magnifica, in senso struggente.

Perché meravigliosa, odiosa, incresciosa, maleducata, senza limiti, ma generosa. Nell’orrore e nel degrado, così come nella magnanimità e questo nessuno, davvero nessuno lo può negare.

C’è così tanta letteratura e così tanto qualunquismo su Napoli che non starò qui a continuare a pettinare le bambole.

Non avrebbe né senso né valore.

Ma un breve passaggio sulle ultime Amministrazioni del Comune di Napoli, voglio farlo anche io: io disistimo Luigi de Magistris con tutta me stessa. images-2

Per la mia amata città, già provata e molto complessa, De Magistris è stato un cancro.

Di inerzia, di vacuità, di arroganza, di lassismo, di operazioni di mera facciata.

Leggendomi, credo che a tutti sia venuta l’idea che io sia una donna di sinistra, però essendo io un legale, sono certa che nessuno di voi possa mai aspettarsi che io ami i magistrati.

Ebbene lo faccio, lo facevo e credo che lo farò per sempre: io amo i magistrati e non mi importa se molti possano essere superficiali, alcuni in mala fede ed altri semplicemente mediocri. Non importa quante volte mi abbiano impedito nella mia carriera professionale e nella mia vita personale, non importa.

Il magistrato ha un ruolo altissimo nello schema costituzionale di qualsiasi paese, ed in qualsiasi paese, a ben vedere – in qualsiasi periodo storico, aggiungerei, – i magistrati hanno avuto la funzione di rendere il diritto vivo ed, in molti schemi giuridici, di crearlo tout court.

Quindi, io arrisi l’arrivo di De Magistris a Napoli. Non lo votai, devo ammetterlo, ma perché in quegli specifici passaggi non votai per nessuno.

Ma se avessi votato, non vi è dubbio che lo avrei fatto per lui.

Né, vi è dubbio che il voto nei suoi confronti – oltre che l’espressione di una sacrosanta disistima per il PD locale che mai come in quella tornata ne aveva fatta una via l’altra – catalizzò tutti i voti di chi pensava che un uomo forte, nitido, senza politica, un uomo di legge  avrebbe saputo scuotere Napoli dal suo terrificante torpore.

Bene, posso dire con serenità che De Magistris ha riportato Napoli indietro di un eone.

Non voglio certo dire che la abbia riportata indietro al periodo PreBassoliniano, di cui finalmente si può acclamare il ritorno, senza sentirsi, alieni (ora lo fanno tutti, tra poco gli danno la fascia di Miss Italia pur di fargli fare qualcosa). Ma è riuscito a peggiore ciò che si proponeva di migliorare, e di non fare nulla in generale.

Io poi ho il dente avvelenato, lo devo ammettere: De Magistris e la sua giunta tutta, aiutati si deve dire dai Signori (come sono gentile) dello scorso Consiglio Regionale quello di Caldoro, insomma, hanno strappato a Napoli, la più grande occasione che avesse avuto negli ultimi dieci anni: il Forum Universale delle Culture.

In quella sventurata occasione, De Magistris ha sfoderato le sue armi finali: la più totale incompetenza unita ad un’idiozia politica senza pari. Il risultato? Un evento detonato del tutto, nella più totale indifferenza delle persone civili (in questo caso intendo meri fruitori non operatori della cultura) che nella stragrande maggioranza dei casi neanche si sono accorti che l’evento pur durato mesi (e se vogliamo oltre un anno, visto che è si è rimandato in continuazione).

Però abbiamo fatto le selezioni delle selezioni, delle selezioni della Coppa America (credo di aver saltato qualche selezione della selezione, ma sapete la mente vacilla davanti ad un evento così imprescindibile per Napoli), una tappa del Giro di Italia (del resto il nostro manto stradale è fatto per le biciclette!), e perfino un concerto GRATUITO per Springsteen.

Questa la devo chiarire subito: non è un refuso il mio. Il concerto fu proprio gratuito PER il Boss, nel senso che gli cedemmo gratuitamente, non so per quale moto dell’animo, l’utilizzo di Piazza del Plebiscito. I fan pagarono eccome! Mi sembra 60 euro a capoccia.

Ogni commento è superfluo.

Però credetemi non sono diventata un qualsiasi giornalista della schiera di Forza Italia (anche perché oltre non essere Avvocato, non sono neanche Giornalista, quando si dice la coerenza!!!), quindi il mio titolo non era un mero pretesto per parlare male di De Magistris pubblicamente (anche se è sempre cosa buona e giusta, mio dovere, e fonte di divertimento).

No.

Io proprio ambisco a parlare di Stazione di Posta 108 e perfino di Ciro Sabatino che ne è il primo motore immobile.stazione di posta 108

Dovrò essere, tanto per cambiare, prolissa.

Bene, io conosco Ciro Sabatino da anni e anni.

Prima che blogger, la vostra amata Daniela Persico (ho detto AMATA), è stata giornalista di cultura e spettacolo per un giornale piccolo ma di grandissimo valore: si chiamava Napolipiù e la sua redazione cultura era retta da una donna di enorme spessore, Donatella Gallone.

Donatella Gallone mi diede, come spesso mi accade, più spazio di quanto non meritassi, ed in particolare, mi regalò l’opportunità di seguire la maggior parte degli eventi culturali lanciati dal Comune e dalle provincia nel periodo in cui collaborai con il suo giornale. Ebbene allora la Provincia, ma anche il Comune e soprattutto la Regione organizzavano una pletora di eventi, forse alcuni anche pedestri, ma molti davvero di alto profilo.

Eppure ad ogni presentazione c’era qualcuno che non era d’accordo e lo diceva. E a gran voce, e polemizzava ma non era sterile. Ed a volte anche io che avevo solo ventitré anni non ero d’accordo con le sue tesi, ma trovavo sempre interessante ascoltarle.   ciro sabatino Quel qualcuno era Ciro Sabatino: all’epoca proprietario e direttore artistico in società con altre persone, de Il Pozzo il Pendolo. Tanta acqua è passata sotto quel ponte, e nella mia testa e, soprattutto, nella vita della città culturale o meno che sia. Ebbene nonostante questo Ciro Sabatino è sempre andato avanti, spesso senza nessun appoggio economico degli enti locali, ed ha attuato operazioni culturali non fini a se stesse, ma che facessero servizi, che creassero partecipazione. Ultima in ordine di tempo, l’invenzione di IOCISTO libreria autogestita dal popolo e nello specifico dalla popolazione del Vomero oramai stanca del continuo spoliamento di librerie, cinema, centri di coesione sociale che il quartiere aveva subìto.

ciro sabatino iocisto da fb

 

 

Molti di voi ne avranno sentito parlare, dopo quasi due anni, molti pochi di voi ricorderanno che l’idea e la realizzazione è stata integralmente di Ciro Sabatino.

Ma Ciro è così è un bambino di oltre cinquantanni (ma che cosa noiosa e, poi, del tutto inutile sono i numeri, quando li riferiamo ad un essere umano) che vola oltre le sue stese creature, e così ora la sua nuova sfida è a Via Manzoni 21, in Stazione di Posta 108, un coworking, un luogo di incontro e di nuovo, come per tornare poeticamente all’inizio della storia, un teatro, anzi un’escape room sulla scorta di uno dei telefilm più famosi e amati (e odiati) di sempre, Lost. escape room ciro sabatino

Come spiegare tutte queste cose meglio di così? Semplice: con un’intervista a Ciro Sabatino!

Spero che lui sia così buono da concedermela.

Intanto vi confermo che per l’escape room le prenotazioni sono aperte e l’attività inizia questa settimana!

A presto con Ciro Sabatino e le sue pteroentae glottae

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Immagini dal Web

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Milàn, l’è semper un gran Milàn – Parte II, la vendemmia.

SEVM si compiace

Come nei peggiori film dell’orrore, ad una prima parte segue sempre una seconda.

In questo caso, poi, ho voluto aumentare l’effetto suspence sino allo stremo: chi mai avrebbe pensato, di Voi miei diletti lettori, che io avrei fatto in effetti proprio quello che avevo detto di fare?

Era un’ipotesi non residuale, residualissima!!!

Ed invece, a dimostrazione del fatto che tempo aggiusti tutto, eccomi qui a continuare l’interessantissima narrazione delle mie avventure Meneghine – chi non è interessato in maniera febbrile può anche lasciare il teatro, grazie!

ok, la smetto.

Dire che questa seconda parte è la vendemmia, non è solo una sofisticatissima (…) battuta d’antant  che mi hanno riferito i miei vecchissimi amici nati negli anni ottanta.

Sembra quasi essere letterale perché voglio arricchire in modo organico le mie adorabili marchette milanesi: insomma sto facendo una cosa seria e programmata. Un attimo ora mi punisco e torno.

Come saprete sono stata a Milano per circa tre notti e due ulteriori pomeriggi, pertanto ho dovuto fare una mole spropositata di cose: mangiare sei volte, vedere musei, fare incontri di lavoro, andare dal parrucchiere (sì d’accordo per me andare dal parrucchiere è un bisogno primario, ooooook?!) and so on.

Liquidata agevolmente la parte culturale nel primo post, ché se no parevo proprio scema, oggi vi parlerò dei luoghi che ho preferito per mangiare.

Premessa: fondamentale in questo percorso è menzionare il grande gruppo dei ragazzi di Yelp Milano, guidati dall’ardimentosa Claudia una CM che può essere seconda nel mio cuore solo alla mia rutilantissima Granata che d’ora in poi chiameremo Bomba Maradona. La Community di Milano, infatti, è coesa, grande, molto partecipativa e coinvolgente. Io, personalmente grazie a Yelp Milano, oltre al piacere di trascorrere delle ore con Claudia, ho scoperto un’amica, Tania. Una donna dinamica, gentile, interessante e colta che è stata con me per quasi due giorni interi. Di risate continue. Pensate che temevo che Pisapia le inviasse un foglio di via ed abitando lei a Milano sarebbe stato davvero spiacevole. Ma al di là di Tania e di Claudia, persone eccezionali entrambe sebbene sotto diversi punti di vista, tutta la community è stata con me carinissima e presente con suggerimenti, consigli, messaggi ed apprezzamenti nei miei riguardi.

Per arrivare alla proverbiale ciccia, non posso che partire dalla mia seconda cena milanese (la prima l’ho fatta in una casa privata, quella dell’amata cugina di Nuvola, già abituale protagonista di queste paginette web).

Ebbene questo evento che si poi rivelato gordiano è avvenuto presso l’Osteria del Binari: l’ha scelta la Nuvola un po’ sulla fiducia e la sensazione e ci siamo andati in cinque. La cosa ci ha talmente conviti che la sera dopo ci siamo tornati in tre ed in quella stessa giornata vi abbiamo preso con un’altra persona ancora un caffè post prandiale.

Insomma, ci piacque.

L’Osteria del Binari è uno storico locale milanese che si trova alle spalle dei binari del Tram di Porta Genova, più precisamente all’inizio di Via Tortona.

Luogo immenso ed estremamente frequentato (bene, ma troppo, in ogni caso), con un menù fin troppo pletorico e confuso dovrebbe essere il posto antigastrofighetta per eccellenza.

Ed invece non è così: perché l’estrema intelligenza del  progetto imprenditoriale, così come nello scegliere i giusti collaboratori, rende questo ristorante un luogo che io eleggo, per quel che vale, tra i miei cinque preferiti di Milano.

Mi spiego meglio: il locale è distribuito in più ambienti, caffetteria, ingresso principale, due grandi giardini e due sale interne. Con circa tre servizi igienici.

Effettivamente, come dicevo prima, è enorme.

La frequentazione poi supera il numero dei posti, perché credo che faccia alla fine più un turno di servizio. A Milano nonostante o forse proprio a causa del suo essere cosmopolita, di media non si cena troppo tardi, ma al Binari io in più occasioni ho visto folle in orari che cozzano con il criterio principale della produttività del Nord che produce.

Certo a Milano c’è sempre qualche fiera, qualche convegno e qualche evento, però ho l’impressione fondatissima che oltre alla clientela di rappresentanza (perché sebbene non sia un ristorante stellato, il Binari è comunque un luogo che si professa esclusivo ed anche mediamente caretto), l’attività abbia anche un forte zoccolo duro di residenti che lo hanno eletto ristorante del proprio cuore.

Ed io stessa mi sento di dire: sì.

Sì, intanto ed in linea di massima alla cucina: schiettamente del Nord Italia, molto milanese, un bel po’ torinese con una spruzzata di Emilia. Ottima nelle presentazioni, felicissima nella scelta delle materie prime ed in alcune realizzazioni (soprattutto i dolci, dire), più debole in altre ma comunque sempre sufficiente se non discreta.

Indubbia rimane la notazione che il menu oltre che un po’ troppo ondivago sia anche decisamente pletorico. Ma è pur vero che quando si devono gestire oltre 200 coperti a servizio serale e 100 la mattina, si debba cercare di accontentare un vasto pubblico se si vuole mantenere un profilo calibrato sul commerciale.

Però devo dire che il resto è più calibrato sull’eccellenza: il tipo di servizio, la presenza fissa di uno o due Sommelier AIS, la presenza di una direttrice di sala, di un maìtre e di un capo cameriere.

In particolare e senza dilungarmi oltre modo sui dettagli cosa davvero non sarebbe fruibile per questa sede, voglio sottolineare la squisitezza assoluta della Signora Caterina, direttrice di sala e cassa, colonna storica del Binari, e di suo marito.

Il vero diamante, però è a mio giudizio Antonio Camporeale, il sommelier che cura altresì la selezione di cantina.

Saprete oramai da anni che il mio essere bon vivant ha radici lontane e studi profondissimi e che, del resto, con il tempo è diventato altresì parte delle mie professioni, sia come redattrice di articoli in tema, sia come consulente strategico. Inoltre cosa che credo di non avere mai neanche detto qui, io sono la Chargee de Presse (astenersi comici d’accatto!!!) del Bailliage Napoli Caserta della Chaine des Rotisseur.

Ebbene diciamo che di sommelier, per essere sintetici, ne ho visti tanti: mai tanta professionalità ho incontrato in un solo giovane professionista (credo sia sui quaranta) come in Antonio Camporeale.

Ben portante, educato, frizzante, Antonio ha studiato per il Binari con cui collabora relativamente da poco, una carta ampia non scontata e con ricarichi davvero minimi. Mi ha fatto provare delle chicche che mi hanno stupito e non mi capita spesso.

Ha reso con la sua professione ancora più piacevole le nostre piacevolissime serate, ancora meglio, per il piacere di continuare alcune valutazioni di prodotti con lui, ho deciso di tornare la seconda sera consecutiva.

Insomma se ad un dipendente si deve chiedere qualcosa io direi che più di questo non si possa.

Io al netto di tutte queste considerazioni, consiglio il Binari senza se e senza ma!

E per essere più incisiva ed incredibilmente sintetica, chiudo anche il post: scusatemi di cuore. Oggi ci metterete solo un quarto d’ora a leggermi.

 

 

Finiti tutti i soldi a Milano SEVM si dà alla pastorizia

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Milàn, l’è semper un gran Milàn!

Vi immagino, tutti lì, madidi di sudore a chiederVi: che quest’anno si è già stancata?

Non dovremo più leggere i suoi neuro deliri? Sta già distruggendo un i miei articoli per planet magazine con le sue assurde idiozie?

Almeno per sei/otto mesi siamo salvi?

Errore, errore gravissimo, ingenuità: io sono viva e sono qui e adesso vengo a scriverti…

Ok, cerchiamo di dare un senso a queste emissioni di CO2: non  sono già scomparsa, come la salute della mia socialweb attivity può testimoniare.

No, peggio: sono stata cinque giorni a Milano.

Immagino nitidamente l’espressione di quieta indifferenza sui Vostri volti.

Ma siete poco avveduti, lettori carissimi: è evidente che Ve ne parlo per continuare la mia fiorentissima linea di “marchette milanesi”!

IMG_0971 (1)una compiaciuta Ego riflette sul bello e sulle sue strategie di SEO

 

#chimiconoscelosa, io sono uno dei pochi esseri umani che abbiano calpestato il globo terraqueo, probabilmente insieme a Brighella, a ritenere che Milano sia una bellissima città.

Sì, sì proprio bella in senso fisico del termine: palazzi monumentali, cortile, tanto verde, innumeri chiese da fascino senza tempo, navigli malmostosi e puzzolenti. Ecco tutto questo a me piace assaje.

E gli è di più: against all odds, io trovo che la perenne pioggia, nebbia, freddo umidissimo spacca ossa, alternato a caldo infernale immotivato, siano esperienze corporali piacevoli o, quantomeno interessanti da affrontare.

Ed ancora, come se già questo non fosse bastevole a giustificare un post con giusto tre o quattro consigli da Dove di seconda mano: Milano è per me un luogo dell’anima.

Mi ricorda momenti tristemente divertenti, dissidi dell’anima, persone amate, un’amica carissima.

L’amica carissima è la proverbiale Nuvole, che forse prima o poi sarà il caso chiamare Claudia anche su queste paginette web (nobilissimae ac pulcherrimae).

Ebbene, la Nuvola (che tu la conosci la Nuvola?) dopo il suo performantissimo annuncio “mi trasferisco a Milano, domani!”, fu di parola: saranno passati circa otto anni e numerose mie crisi di nervi ed è ancora lì.

Pertanto, dato si che  la Signora Claudia N., che per motivi di privacy chiameremo Nuvola C. (cit.), detiene l’impegnativo titolo di my “bestfriend for ever together”, ogni tanto tocca andare a trovarla.

Immaginate le modalità: “devo venire a Milano” – manco dovessi chiudere contratti miliardari con mega lobby del caffè (e meno male, vista la fine fatta dall’uomo ragno!) – “ma Daniela, io martedì lavoro” “meglio, così mi organizzo, resto due giorni”.

Quello che poi accade è che resto usque ad mortem, procurando danni di vario genere alla casa, alle chiese e indubbiamente anche ai fogli di giornale, mancano solo le auto ma quello è solo perché non ho la patente.

Il fatto che Claudia non possegga auto a Milano indubbiamente aiuta in tal senso.

Esclusi i motivi d’affetto, quello che mi lega a Milano, che oramai conosco direi quasi benino, è la mia idea di libertà: nel profondo nord che produce, poter girare libera, se non presa da minimi e gestibilissimi impegni di lavoro, è una risorsa estrema.

Milano è, dal mio personalissimo punto di vista, un osservatorio incredibile di una vastissima, varissima ed impurissima umanità che si divide in demoni boschivi, esaltati divertenti, esaltati molesti, entropici ineffabili e quant’altri.

Il che normalmente nevrotizza la gente sino alle convulsioni epilettiche.

Io ne risulto invece rinfrancata: mi sento biecamente normale e anche un po’ borghese (io, proprio io e i miei otto/ottavi).

E poi conosco, vedo, sento, odoro, scopro, tante cose che a Napoli, mia città natale, magari non mi sono mai concessa il lusso di invenire.

Milano, per me, è Santa Maria delle Grazie, opera Bramantesca nel cuore nobile della città, Corso Magenta. Luogo divino in più sensi, dove ho incontrato persone speciali e miei lati del carattere che mi erano inediti, sino a quel momento.

E di lì a pochi passi il Cenacolo di Leonardo da Vinci: luogo un po’ da iniziati, ma mica per la meravigliosa opera ostesa. Tutt’altro. Un po’ farraginoso e decisamente poco funzionale è il metodo per riuscire a prenotare la visita.

La società che ha in gestione il sito, pretende parecchio per l’accesso: prenotazione on line con pagamento anticipato per giorni e giorni prima, presenza dieci minuti prima dell’orario concordato per la visita stessa.

Il costo del biglietto poi non è caro ma neanche esiguo (credo che siano sei euro e 50 cent a persona senza guida (ma comunque con Giuda… lo so, lo so, lo so, non sono riuscita a trattenermi); costo che diventa proprio tonico circa 9 euro a persona con la presenza della guida.

Intanto devo dire che, a mio avviso, soprattutto per gli esordienti è più che opportuno prendere la guida per tutta una serie di motivi: in primo luogo, se c’è la guida, le persone sono zitte (altrimenti mio malgrado, io che sono tornata pochi giorni fa per la terza volta posso testimoniare personalmente di aver visto qualcuno parlare al cellulare durante i suoi venti/quindici minuti di osservazione), secondariamente anche per chi avesse parecchi cenni in mente su Leonardo e le sue opere e perfino relativamente sull’Ultima Cena in particolare, è decisamente il caso di averne di più e ancora di più. Per di più guardando direttamente la bellissima opera con i propri increduli occhi.

Ultima_cena leo

Per chi non riuscisse nell’intento di prendere la guida fisica e dimenticasse, come me, l’esistenza delle audioguide, consiglio due giochi da fare:

leggere il Codice Da Vinci di Dan Brown, no, non sto scherzando, all’interno del libro (in fin dei conti anche divertente se non lo si considera un libro della vita) vi è una puntualissima descrizione dell’affresco in uno a molti cenni storici e neurodeliri. Al netto degli ultimi i primi due saranno molto utili alla prima visione dell’affresco;

poi se andate a breve, consiglio di corazon, prima di vedere il Cenacolo di partecipare alla mostra interattiva Inside The Last Supper che troverete poco più avanti nell’opposto marciapiede all’interno della Fondazione delle Stelline (Corso Magenta 61) fino al 31 ottobre. Dice perché mai dovrei vedere una mostra interattiva quando posso godermi la vista dell’opera reale? Intanto, sia chiaro, perché lo dico io, e tanto basti! Prima di tutto perché così, bambacione avrai il triplo dei dati storico/culturali/ambientali/biografici su Leonardo, gli Sforza e tutto il cocuzzaro che tu abbia anche solo potuto prefigare avresti potuto ottenere nella tua misera vita. Poi, perché la virtualità rende possibile un’esperienza quasi di realtà aumentata che indubbiamente rende molto più facile la comprensione dell’incredibile opera che poi si andrà a vedere. Infine, perché se sei andato a Milano e non sei stato neanche una volta nel cortile del Palazzo delle Stelline, piova vergogna su di te e ti si blocchi il windows (lo so, come minaccia è poco credibile è come se ti stessi minacciando che il sole domani sorgerà ad oriente).

stelline pavimentiIl Palazzo delle Stelline, infatti, è uno dei luoghi è più interessanti di Milano: un chiostro di una certa dimensione ospita al centro una bellissima magnolia, la vista se ci sale ai piani superiore del Palazzo delle Stelline vero e proprio è incantevole, i pavimenti dei porticati e dei cortili interni sono pazzeschi a dir poco me-ravi-glio-si! del resto sono stati realizzati dall’artista Augusto Bobo Piccoli con marmi policromi negli anni settanta.

Quanto alla storia, poi, del Palazzo delle Stelline, non basterebbero fiumi di parole per riassumerla e non è forse questa la sede più opportuna per farlo: siamo a oltre 1.200 parole ed io, francamente, dovrei anche fare colazione, sai?!

Non posso però evitare di accennare alla circostanza che fu il Cardinale Borromeo a trasformare, il preesistente e bellissimo convento quattrocentesco nel palazzo delle Stelline: le stelline altre non erano che le povere orfanelle numerose e derelittissime che dopo la gran Peste di Milano di Manzoniana memoria, infestavano la città prive di tutto. Borromeo le salvò dedicando loro questa struttura.

Né posso tacere che la Fondazione delle Stelline sia una delle più attente ed innovative Fondazioni comunali e regionali che promuovono con grande perizia ed immensi sforzi produttiva ed organizzativi la diffusione dell’arte contemporanea in Italia.

Infine, cavoli mi sta scadendo lo yogurt bio, all’interno di tutto questo ben di Dio, c’è imageun’albergo tre stelle: non so voi, ma io fossi in me (cosa che ogni tanto accade, eh) , lo prenoterei. Non è di certo il più economico, ma, francamente neanche il più caro e, come avrete capito, presenta i suoi indiscutibili vantaggi.

Detto questo vi lascio, my dearest in attesa degli altri rutilanti approfondimenti: ne vedrete delle belle!

 

 

Immagini dal web: sì, quella seduta che legge è lei… la madre per eccellenza… SUPERMOG per gli amici Medea o Carrie.

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Ma io ho assaje bisogno di parole.

Vorrei essere capace di amarTi, non parlando di Te,

non pensandoTi ogni momento,

non godendo di ogni sorriso,

non soffrendo ad ogni Tua sciocca provocazione.

Vorrei essere capace di amarTi, restando in silenzio,

guardandoTi arrivare tra le mie braccia,

sentendoTi sbuffare al telefono,

capendo con il cuore le tue giuste assenze.

Vorrei che mi amassi come mi ami,

senza dirmelo,

senza troppi fronzoli,

senza farlo.

Vorrei capire di averTi, ora che Ti ho,

ora che le parole di solo alcune settimane fa, le mie stesse, sia chiaro, svelano tutta la loro follia.

Sei tanto, tanto, tanto per me.

La paura che Tu sia troppo, mi fa pensare sempre di essere troppo poco.

Ma non lo sono.

Perché mi ami Tu, Uomo Nero.

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24 agosto 2015: 1billion of active accounts on Facebook.

Una settimana, è passata esattamente una settimana da quando, il 24 agosto 2015, Facebook ha raggiunto un enorme record.

Lungo il corso di quella giornata, che rimarrà per sempre uno spartiacque per il web 2.0/3.0, Facebook, il più grande social network a livello mondiale, ha avuto attivi un miliardo di utenti.

facebook-like-logo

Un miliardo di account – il che non equivale necessariamente a dire un miliardo di persone, come i più avveduti di noi sicuramente sapranno – erano attivi e postavano foto, contenuti, video, commenti, premevano i vari tasti di Facebook.

Ad annunciarlo, alcuni giorni dopo, è stato lo stesso Chairman, Ceo, Founder e deus ex machina di Facebook, Mark Zuckerberg, condividendo questo status.

“We just passed an important milestone. For the first time ever, one billion people used Facebook in a single day.

On Monday, 1 in 7 people on Earth used Facebook to connect with their

Facebook founder Mark Zuckerberg, at the NBC News' "Education Nation" Summit, in New York, Monday, Sept. 27, 2010. (AP Photo/Richard Drew)

Facebook founder Mark Zuckerberg, at the NBC News’ “Education Nation” Summit, in New York, Monday, Sept. 27, 2010. (AP Photo/Richard Drew)

friends and family.

When we talk about our financials, we use average numbers, but this is different. This was the first time we reached this milestone, and it’s just the beginning of connecting the whole world.

I’m so proud of our community for the progress we’ve made. Our community stands for giving every person a voice, for promoting understanding and for including everyone in the opportunities of our modern world.

A more open and connected world is a better world. It brings stronger relationships with those you love, a stronger economy with more opportunities, and a stronger society that reflects all of our values.

Thank you for being part of our community and for everything you’ve done to help us reach this milestone. I’m looking forward to seeing what we accomplish together.

Ancora alcune ore più tardi, sempre il 27 agosto, sul profilo di Mark Zuckerberg appariva questo video celebrativo della “milestone”, la pietra miliare raggiunta dal web partecipativo il precedente lunedì

screenshot

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Ma perché questo evento non è da considerarsi importante solo per Facebook come social network ed azienda, ma proprio che svolta gordiana nel web partecipativo?

Fiumi di parole si sono spesi in questi giorni su questo evento: da parte di giornalisti di stampa generalistica, specializzata, web-amatori, web-esperti e chi più ne ha più ne metta.

Resta ovvio che, nonostante la mia grande autostima, non credo di certo che le mie brevi considerazioni che seguiranno, possano avere una particolare importanza, eppure mi sento di consegnarle, a mia volta al web.

Probabilmente perché sono sadica o, a ben vedere masochista, del resto sto scrivendo questo post da un pc windows e sento già fortissime le pulsioni di morte.

Visto che sono ad appena 450 parole, direi di allungarmi un attimo con una piccola cronistoria della vita della grande F (per rimandi più precisi ed accurati, suggerisco Wikipedia): Facebook é nato, come molti di voi sapranno, anche per aver visto il film di David Fincher “The Social Network“, nel 2004 da un’idea di Mark Zuckerberg ed altri suoi colleghi universitari.

Un’idea di base semplice, perfino intuitiva, che serviva all’esigenza base di connettere i propri amici con sé e tra di loro per organizzare eventi, serate e gruppi studio.

La rete, che altro non era, quindi, che una piattaforma sociale di servizi, era stata pensata da Zuck, Sevarin, Hughes, Mc Collum e Moskowitz solo per gli studenti di Harward, college di cui tutti facevano parte all’epoca dei fatti, ma il suo funzionamento era tanto agile ed utile che ben presto gli studenti degli altri college della cd Ivy League e del circondario di Boston e Standford, iniziarono ad usarlo.

Da qui, al di là delle vicissitudini umane tra il gruppo originario di amici e altre varie amenità, Facebook ha iniziato il suo salto nell’infinito che ha visto, in oltre dieci anni di vita,

continui cambiamenti di programma di gestione,

l’avvento del sistema web marketing di social media strategism (nato, sostanzialmente, proprio per e grazie a Facebook),

la creazione di algoritmi sempre più complessi e performanti per il posizionamento degli utenti nei confronti degli altri e della piattaforma (EdgeRank above all),

la creazione di una compagine societaria complessa e che ha generato oltre 5000 posti reali di lavoro al mondo (dato ultimo da me trovato che si riferisce al 2013),

la quotazione in borsa della Facebook, INC., società che gestisce tutti i service inerenti dal social network, quotazione avvenuta nel 2011 e che tutt’ora prosegue: guardando anzi le performance del titolo sul listino Nasdaq cui è collegato, possiamo notare che alla data di oggi con quotazione a 91.01 usd, nel 2015 proprio male non stiano andando (si era partiti a gennaio da 78.o2 usd – Fonte Finanza Sole24),

acquisizione, da parte di Facebook, Inc. della più golose web society disponibili da whatsapp a messanger che è diventata in buona sostanza la chat interna di fb, a Instagram (colpaccio questo enorme ed avvenuto già più di un anno e mezzo fa).

Nel frattempo tutti gli altri social network subivano alternissime vicende: Gplus, duole dirlo ma non ha mai fatto le performance che tutti, Google incluso si attendeva; AsmallWorld ha sostanzialmente collassato anche se facciam finta che ancora esista ma sia esclusivissimo e a pagamento (così esclusivo che nel 2013/2014 io ho ricevuto una cosa come 20 inviti da estendere. In totale, dall’anno della mia iscrizione, o meglio della mia sponsorizzazione su ASW mi sono stati dati circa 50 inviti su un totale di miei contatti diretti di circa 200 utenti); anobii non so più neanche se esista; voci sempre più insistenti, infine, ci raccontano di una grave crisi di Twitter (il social network di microblogging che pur non potendo essere per nulla considerato concorrenziale di fb, sostanzialmente per la grande diversità dei meccanismi sottesi, è sempre stato l’unico social ad avere una mole di partecipazione comparabile, al netto, se così si può dire, di una credibilità ancora maggiore delle notizie che dallo stesso vengono messe in circolazione); tutto questo a voler tacere di Linkedin, che in Italia, mi si passi il sadismo, potremmo definire “il più bello dei social che mai utilizzammo“, citando anche Hikmet che fa sempre curriculum.

Facebook, invece, vive e regna con noi: fa parte, indubbiamente della vita quotidiana di circa l’ottanta per cento delle persone che conosco comprese nella forbice 11/80 anni. Ne fa talmente parte che per moltissimi di loro è oramai anche un disturbo mentale.

Facebook è vittima e grimaldello per qualsiasi tipo di attacco sociologico d’accatto da Studio Aperto, sia proprio nel pregevole Tg di riferimento, sia nei peggiori bar di Caracas: e mai nessuno tanto lucido da considerare che in sé e per sé Facebook non sia null’altro che un mezzo. Prendersela con Facebook, come se poi fosse quasi un’entità singola e personalizzabile, è un po’ come se qualcuno se la fosse presa con le pagine bianche che diventarono il Mein Kampf. Ma del resto pure ci sarà stato qualche esaurito che ha tirato sassi, a tal uopo, agli alberi di Monaco in Baviera.

Detto questo, l’importanza gordiana di questo numero simbolico, deflagrante – volendo dirla tutta anche un po’ terrorizzante – è una e solo una: l’evidenza che tale evento ha portato indubitabilmente è una e solo una (un po’ come la retta che passa tra due punti).

Internet siamo noi.

Il web partecipativo è oramai l’unica legge che esiste e non può essere negata.

Il prodotto siamo noi.

rudyIn questa luce consiglio, ancora una volta, il volume che Rudy Bandiera ha dato alle stampe lo scorso anno per Flaccovio: Rischi ed opportunità del web 3.0 e delle tecnologie che lo compongono. Un libro agevole e piacevole, di cui consiglio a tutti la lettura, non esclusivamente a chi usasse in maniera professionale il web, anzi, probabilmente, credo che sia molto più utile – ed ugualmente fruibile e divertente – proprio per chi dei social faccia un uso discontinuo ma quotidiano.

L’importanza gordiana di questo numero risiede anche nella circostanza che spazzi via – mi auguro definitivamente – tutti i profeti del collasso di facebook e del web partecipativo. Nel bene e nel male, qualunque cosa se ne voglia dire, ritenere o supporre, il web 3.0 è una realtà ed un’enorme ricchezza per il futuro, soprattutto per la mia e le successive generazioni.

Detto questo, che, come al solito, è anche fin troppo, vorrei chiudere citandomi, tanto per ribadire chi comanda qui dentro.

Queste sono le mie riflessioni “a botta calda ed emotiva” che ho lasciato, manco a dirlo, proprio su FB

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Ecco, per me, Facebook è parte della mia vita reale e di relazione con i miei amici della vita reale, oltre che un luogo di lavoro (per quanto anche a me che sono comunque pur sempre – e probabilmente per sempre – un permanente p.Avv possa sembrare strano dirlo) e un luogo di svago. E per questo io, personalmente, ringrazio Zuck per quello che ha fatto per noi.

Ma questa, però, sarebbe un’altra storia e dovremo raccontarla un’altra volta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vorrei ringraziare per la redazione di questo articolo, Davide Licordari, Riccardo Scandellari e Rudy Bandiera che mi hanno insegnato, anche solo con la lettura costante dei loro interventi – che spesso avete visto e vedrete condivisi su tutti i miei social e blog – , a leggere gli eventi a volte oscuri della vita virtuale. Un bacio in testa ad Andrea Albanese che quasi era riuscito a convincermi che ci fosse vita on Linkedin  Italia (just kidding).

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